Referendum in Scozia, uno sguardo al contesto britannico e ai precedenti

    Set 17th, 2014
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    Photo Owen Humphreys

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    Il voto del referendum sull’indipendenza della Scozia di domani rischia di diventare uno spartiacque per il futuro non solo del Regno Unito ma della stessa Europa. Gli ultimi sondaggi diffusi ieri sera mostrano all’unisono una percentuale di contrari all’indipendenza attestata al 52%, contro il 48% dei favorevoli, ma confermano al tempo stesso un numero ancora non esiguo di indecisi, che varia dal 5 al 9% a seconda delle rilevazioni, e che potrebbe quindi risultare decisivo per il risultato finale. David Cameron, in caso di vittoria del sì, potrebbe dimettersi oppure, secondo alcune ricostruzioni, prevedere di spostare in avanti la data delle elezioni generali previste nel maggio del 2015 per permettere la riorganizzazione delle istituzioni britanniche. Ma anche gli altri partiti guardano con preoccupazione a un esito di questo genere, in primis Ed Miliband, leader dei laburisti, che con una Scozia indipendente vedrebbe venir meno un tradizionale bacino di consenso per il suo partito. Gli ultimi sondaggi sulle intenzioni di voto a livello nazionale, inoltre, mostrano un avvicinamento tra laburisti e conservatori, in una situazione che rischia di rendere l’Ukip di Nigel Farage l’ago della bilancia nella prossima Camera dei Comuni, con il risultato di dare al Regno Unito (o a ciò che ne resterà) un governo di minoranza, o comunque fortemente indebolito.

    I referendum sull’indipendenza di una regione si dividono in diverse categorie. Vi sono quelli che vengono tenuti senza l’autorizzazione o il riconoscimento dello Stato da cui i proponenti chiedono la secessione (è il caso dei più recenti esempi in Crimea e a Donetsk). Vi sono poi quelli che vanno sostanzialmente a sancire una secessione di fatto (come è accaduto, nel 2011, in Sud Sudan). In entrambi questi casi, i referendum finiscono per rivelarsi dei plebisciti: in Sud Sudan i favorevoli all’indipendenza furono il 98,6% dei votanti, mentre una consultazione sull’indipendenza della Transnistria dalla Moldova, e sulla sua futura annessione alla Russia, ottenne nel settembre del 2006 il 98% di voti favorevoli.

    Altri referendum invece, anche piuttosto recenti, si sono rivelati un’occasione seria di discussione sul futuro di una regione e hanno ottenuto risultati con margini di distanza assai più ristretti, se non addirittura irrisori, tra favorevoli e contrari all’indipendenza. In Europa, l’esempio più recente di questo tipo risale al maggio 2006, quando i montenegrini si recarono alle urne per esprimersi sull’indipendenza dalla Serbia. La soglia richiesta dall’Unione europea per il riconoscimento dell’indipendenza fu stabilita nel 55% dei votanti, e l’indipendenza fu ottenuta per un soffio, con appena il 55,49% dei voti favorevoli. Un altro caso celebre di testa a testa in un referendum per l’indipendenza è quello del Québec nel 1995. In questa circostanza, furono i no a vincere di misura, con il 50,6% contro il 49,4% dei favorevoli all’indipendenza della regione. Proprio in Scozia, nelle ultime settimane, sono approdati alcuni giovani esponenti del movimento indipendista della regione canadese, per provare a raccogliere gli aspetti più positivi, dal loro punto di vista, di una campagna elettorale che fino a sei settimane fa sembrava certamente persa per lo Scottish National Party, e che invece ha repentinamente cambiato verso fino a un esito che domani sera potrebbe rivelarsi, ancora fino a tardi, too close to call.

    @StefanoSavella

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