Bulgaria, Boyko Borisov pronto a un governo di minoranza

    Ott 29th, 2014
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    Boyko BorisovLa situazione politica in Bulgaria dopo le elezioni anticipate dello scorso 5 ottobre sembra arrivata a un punto di svolta. Ma nonostante i numerosi colloqui e il confronto con le istituzioni europee, il paese rischia di precipitare in una nuova crisi istituzionale che potrebbe portare nuovamente alle elezioni. Quello che il leader del partito di maggioranza relativa, il GERB di centro-destra, Boyko Borisov, sembra profilare è  infatti un governo di minoranza, esattamente come quello uscente – ma a conduzione socialista – che ha governato il paese per appena un anno dopo le elezioni del maggio 2013. Uno stallo che ha radici profonde, che vanno oltre la frammentazione del panorama politico e che riguardano piuttosto l’alto tasso di conflittualità che impedisce ai partiti di collaborare tra loro per dar vita a un governo stabile.

    Nel 2013, infatti, dopo il voto furono soltanto quattro i partiti a superare la soglia di sbarramento del 4%: il partito socialista (BSP), il GERB, il partito centrista della minoranza turca (DSP) e gli estremisti di destra di Ataka. La coalizione di centro-sinistra formata da BSP e DSP si fermò però appena un seggio al di sotto della maggioranza assoluta in parlamento, fissata a 121 deputati: ciò portò a un governo di minoranza, retto solo dalla disponibilità di Ataka a far mancare una parte dei propri voti contrari al governo nel corso delle votazioni. Il governo si è poi dimesso dopo appena un anno, a causa della debolezza di questa situazione unita alle proteste di piazza contro la corruzione e la crisi economica.

    Elezioni parlamentari bulgare, 2014. Seggi ottenuti nell'ordine da: GERB, BSP, DPS, RB, PF, Bulgaria senza censura, Ataka, ABV

    Elezioni parlamentari bulgare, 2014. Seggi ottenuti nell’ordine da: GERB, BSP, DPS, RB, PF, Bulgaria senza censura, Ataka, ABV

    Le elezioni del 5 ottobre scorso hanno dato vita a uno scenario parlamentare del tutto opposto. A ottenere seggi sono stati ben otto partiti, due dei quali hanno superato lo sbarramento per poche migliaia di voti. Ciò teoricamente avrebbe dovuto favorire la formazione di alleanze con partiti dalla linea politica più simile; in realtà, la frammentazione non ha fatto altro che indebolire i partiti maggiori, e soprattutto il GERB, costretto a trattare con nuove formazioni che hanno posto sul piatto della bilancia condizioni spesso irricevibili. Il paradosso è tutto nelle cifre: benché il GERB abbia ottenuto più voti in termini percentuali (passando dal 30,5% al 32,7%) e li abbia sostanzialmente confermati in termini assoluti, è passato in Assemblea nazionale da 97 a 84 seggi.

    Per raggiungere la maggioranza assoluta di 121, sono quindi necessari altri 37 deputati. Gli unici due partiti ad aver ottenuto un numero di seggi pari o maggiore a questo sono stati i due che facevano parte della precedente coalizione di governo, vale a dire i socialisti (39 seggi) e il DSP (38). Ma i primi hanno rifiutato l’offerta di una grande coalizione: il leader socialista Mihail Mikov ha persino rivelato di aver rifiutato la proposta della sua riconferma alla presidenza dell’Assemblea nazionale in cambio del sostegno al governo Borisov. Il DSP, d’altra parte, è il nemico storico del GERB, con il quale fin dalla campagna elettorale era stata esclusa ogni collaborazione.

    Non ci sarebbe comunque stato bisogno di immaginare una grande coalizione se il GERB avesse trovato, come sembrava scontato alla vigilia del voto, alleati nel centro-destra. In particolare il Blocco riformista (RB), che condivide con il GERB gli stessi scranni del PPE a Strasburgo. Ma i suoi 23 seggi, da soli, non sarebbero comunque sufficienti a far raggiungere la maggioranza assoluta alla coalizione di governo. A ciò si aggiunga che fin dal giorno dopo le elezioni il Blocco ha frapposto ostacoli al suo sostegno a un governo Borisov, ultimo dei quali la necessità che non si tratti di un governo di minoranza.

    Quale terzo partner di coalizione, quindi, esclusi gli anti-casta di Bulgaria senza censura (15 seggi) e gli ex socialisti di ABV (11 seggi) restano il Fronte Patriottico (PF), con 19 seggi, e Ataka con 11, entrambi di estrema destra. Quest’ultimo partito ha però fin da subito escluso il suo ingresso al governo, mentre il Fronte Patriottico non ha chiuso la porta a Borisov, mettendo però sul piatto proposte programmatiche ritenute da Borisov e dai partner euro-atlantici della Bulgaria del tutto irricevibili, come quella di installare ai confini postazioni missilistiche dirette verso la Grecia e la Turchia.

    Il co-leader del Fronte Patriottico, Valeri Simeonov, ha aperto nelle ultime ore al loro ingresso al governo, ma se rimarrà fermo sulle sue posizioni programmatiche resterà aperta la sola alternativa di un governo di minoranza, composto probabilmente da soli esponenti del GERB, con l’appoggio esterno del Blocco riformista e di altri deputati pronti se necessario a uscire dall’aula al momento del voto. Una soluzione, in ogni caso, troppo debole per un paese che deve affrontare molti dossier caldi, come la lotta alla corruzione e l’autorizzazione al gasdotto South Stream con il parere contrario dall’Unione Europea.

    @StefanoSavella

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