Romania, Klaus Iohannis batte i pronostici ed è il nuovo presidente della Repubblica

    Nov 17th, 2014
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    Klaus Iohannis

    Klaus Iohannis

    La Romania ha un nuovo presidente della Repubblica, ma non sarà il socialista Victor Ponta, fermo al 45,3%, ben al di sotto dei sondaggi e degli exit poll. Al secondo turno delle elezioni presidenziali di ieri, a vincere è stato a sorpresa il candidato moderato di centro-destra Klaus Iohannis (54,7%), che sostituirà l’uscente e discusso Traian Basescu. Il profilo di Iohannis è indubbiamente sui generis, ed è stato probabilmente premiato anche per essere sempre stato ai margini della vita politica nazionale, minata dalla corruzione e dalla presenza di personaggi ancora molto legati al passato della dittatura comunista. Appartenente alla piccola minoranza etnica tedesca presente nel paese, Iohannis dal 2000 è ininterrottamente sindaco della città di Sibiu, che ha conosciuto negli ultimi anni un rapido sviluppo turistico e che nel 2007 è stata celebrata quale capitale europea della cultura. Alla guida della città Iohannis è sempre stato eletto quale esponente del Forum democratico dei tedeschi in Romania, piccolo partito che conta un solo seggio in Parlamento, ma più della metà dei sindaci nel distretto di Sibiu. Lo scorso anno, tuttavia, Iohannis ha aderito al partito nazionale liberale (PNL), che ha fatto parte della maggioranza di centro-sinistra fino al febbraio scorso, quando, dopo l’adesione al partito popolare europeo, ha scelto di andare all’opposizione del governo guidato proprio da Victor Ponta. Nel 2009, quando il PNL era ancora alleato del partito socialista, Iohannis fu in lizza per la carica di primo ministro nel caso in cui le elezioni presidenziali fossero state vinte dal candidato di centro-sinistra Mircea Geoana (che fu però battuto per pochi voti da Basescu).

    L’esito a sorpresa delle elezioni presidenziali in Romania mostra però anche alcune caratteristiche interessanti dal punto di vista elettorale. È infatti vero che Iohannis ha effettuato una grande rimonta, ma è ancor più vero che è stato Ponta a perdere una sfida che considerava già vinta. Dopo il primo turno, l’attuale premier socialista, reduce peraltro da un successo elettorale alle europee di maggio, aveva dieci punti percentuali di vantaggio sul suo sfidante. Tutti i sondaggi pre-elettorali su un ballottaggio tra i due lo davano come netto vincitore. Eppure qualcosa ha cominciato a incrinarsi proprio la sera del 2 novembre scorso, quella del primo turno delle presidenziali. Le immagini delle centinaia di rumeni in coda ai seggi nelle più grandi città di tutto il mondo (sono oltre quattro milioni i residenti all’estero, a fronte di venti milioni in patria), a molti dei quali non è stato consentito di votare, hanno creato un’ondata di sdegno circa la disorganizzazione nell’allestimento dei seggi. Ponta ha gestito male la situazione: in un primo momento ha difeso il suo ministro degli Esteri, poi ha dovuto cedere accettando le sue dimissioni.

    Di fronte al rischio che quella vicenda penalizzasse il suo risultato elettorale, ha preferito stringere accordi con alcuni degli altri candidati sconfitti al primo turno (tutti al di sotto del 6% dei voti), affidandosi però soprattutto a personalità che incarnavano la vecchia politica. Prima ha indicato l’ex premier Călin Tariceanu quale suo probabile successore alla carica di primo ministro. Poi ha nominato un altro dei candidati, Teodor Melescanu, come nuovo ministro degli Esteri (carica che però aveva già ricoperto ben venti anni fa, in uno dei primi governi post-regime). E ha ottenuto il sostegno pubblico del controverso leader nazionalista Corneliu Vadim Tudor. Sommando le pur basse percentuali ottenute da ognuno di questi candidati, Ponta credeva evidentemente di essere al riparo da sorprese: ma non ha tenuto conto che non sempre i voti ottenuti da un candidato al primo turno si riversano in colui che gode del sostegno pubblico di quel candidato per il ballottaggio. Al contrario, proprio l’aver stretto alleanze con personalità perlopiù impopolari, considerate emblemi del trasformismo e di una classe politica impresentabile, ha penalizzato il 42enne ambizioso leader socialista.

    Ponta ha già dichiarato di voler comunque restare primo ministro fino alle prossime elezioni legislative, previste nel 2016. Per i prossimi due anni, dovrà però coabitare con un presidente della Repubblica rappresentante dall’opposizione parlamentare, un presidente che peraltro potrebbe ulteriormente incrementare la sua popolarità e scalzare Ponta quale personalità politica di maggior rilievo sulla scena pubblica.

    @StefanoSavella

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