Verso le elezioni anticipate in Grecia: cosa dicono i sondaggi

    Dic 30th, 2014
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    In questa immagine, il momento esatto in cui il Parlamento greco ha firmato ieri il proprio scioglimento anticipato. Era in corso il terzo scrutinio dell’elezione del presidente della Repubblica: il quorum per il candidato della maggioranza, Stavros Dimas, era fissato a 180, e all’opposizione erano necessarie quindi 121 astensioni per evitarne la nomina e portare così il paese alle urne, come prevede la Costituzione. Alla fine della votazione, Dimas raccoglierà soltanto 168 voti, gli stessi del secondo scrutinio: che la sorte della sua candidatura fosse segnata, lo si era capito fin dalle prime dichiarazioni di voto, quando diversi deputati indipendenti, gli unici su cui poteva contare il premier Antonis Samaras per far eleggere il suo candidato, si erano astenuti: tra di loro, anche Niki Founta, ex esponente di DIMAR, il partito della sinistra democratica, il cui ingresso nel gruppo misto la scorsa settimana sembrava lasciar presagire una sua adesione alla maggioranza.

    Le prossime elezioni legislative saranno tra meno di un mese, il 25 gennaio. Settimane che si preannunciano caldissime, per la politica nazionale e per i mercati. Nuova Democrazia e Syriza si contenderanno il primo posto, che porta con sé un premio di maggioranza di 50 seggi. Il partito del premier Samaras deve rincorrere nelle intenzioni di voto, e sta quindi preparando una campagna rivolta a contrastare l’opinione secondo cui Alexis Tsipras potrebbe rinegoziare con le istituzioni internazionali migliori condizioni per il debito pubblico. Il leader della sinistra, dal canto suo, prova a smontare il «clima di paura» che Nuova Democrazia e Pasok stanno creando sull’ipotesi di una sua vittoria elettorale, garantendo che i depositi bancari saranno al sicuro, d’intesa con la BCE e gli altri partner europei.

    Molti sondaggi sull’esito delle prossime elezioni sono stati pubblicati negli ultimi giorni. Ma un aspetto in particolare rischia di mutarne i risultati, cioè se l’ex premier socialista George Papandreou deciderà di fondare un nuovo partito, portandosi dietro parte del gruppo dirigente del Pasok. Se ciò accadesse (nonostante vi siano pochi giorni per l’organizzazione di una campagna elettorale), resta da vedere se entrambe le liste entreranno in Parlamento, e con quale risultato; o, viceversa, se la scissione non provochi, al contrario, la scomparsa dalla scena politica del Pasok e o di entrambe le liste, nel caso non superassero lo sbarramento del 3%.

    Tornando ai sondaggi, la media dei ultimi quattro rilasciati tra il 24 e il 30 dicembre mostra Syriza al 33% e Nuova Democrazia al 29,1%. In termini di seggi, il partito di Tsipras ne otterrebbe circa 143 (grazie al premio di maggioranza) e quello di Samaras circa 77: ma la maggioranza richiesta per formare un governo è di 151 seggi, per raggiungere la quale bisognerebbe conquistare tra il 36 e il 38% dei voti (una cifra che al momento nessun istituto demoscopico assegna a Syriza). Alle loro spalle si collocherebbero, sempre secondo la media degli ultimi quattro sondaggi, il nuovo partito di centro-sinistra To Potami (Il fiume) del giornalista tv Stavros Theodorakis con il 7,2% (e 21 deputati circa), Alba Dorata con il 6,8% (19 deputati circa, che rimarrebbero in ogni caso all’opposizione), il partito comunista con il 6,2% (16 deputati circa) e il Pasok con il 5,9% (15 deputati circa). Il partito anti-austerity di destra, i Greci Indipendenti, sarebbero secondo questi calcoli al 3,1%, di poco sopra la soglia di sbarramento, e conquisterebbero 8-9 deputati. Resterà fuori invece, secondo tutti i sondaggi, il DIMAR, l’unico partito su cui Syriza avrebbe potuto contare per formare una maggioranza.

    Proprio quest’ultimo sembra il punto dirimente delle prossime elezioni: Syriza riuscirà a formare un governo se non dovesse raggiungere, da sola, la maggioranza assoluta dei seggi? Le opzioni sul campo sono scarse: vanno esclusi Nuova Democrazia, Pasok e Alba Dorata, ma anche l’irriducibile partito comunista, finora sempre assestato su posizioni rivoluzionarie (i loro rappresentanti al Parlamento europeo hanno rifiutato di entrare nel gruppo della sinistra radicale, quindi al fianco di Syriza, preferendo sedersi nel gruppo misto). To Potami è stato attaccato proprio ieri da Tsipras in un comizio, e la sua piattaforma programmatica moderata non sembra assimilabile a quella di Syriza. Restano solo i Greci Indipendenti: pur essendo di destra (a Strasburgo fanno parte del gruppo dei conservatori, ECR), condividono con Syriza le critiche all’austerity e al piano di salvataggio messo a punto dalla troika: anche nel caso in cui si trovasse un accordo con loro, la maggioranza parlamentare sarebbe però assai risicata e per nulla stabile.

    Di fronte a questo scenario, molti commentatori greci nelle ultime ore prevedono un esito ancor più dannoso: un doppio turno elettorale, come avvenne nel maggio-giugno 2012, quando dopo le prime elezioni nessun partito riuscì a formare un governo. Poco più di un mese dopo, Nuova Democrazia schizzò dal 18,8% al 29,6%, conquistando i seggi necessari per formare un governo con il Pasok. La differenza, rispetto al 2012, è che tra le due elezioni si dovrebbe in ogni caso procedere all’elezione del nuovo presidente della Repubblica (basterà stavolta, all’ultimo scrutinio, la maggioranza semplice). Il 28 febbraio, inoltre, scadono i termini per fissare con la troika un accordo sul piano di salvataggio da 240 miliardi: una data cruciale, che verrebbe a cadere, nel peggiore degli scenari, tra un’elezione e l’altra e senza uno stabile governo del paese.

    @StefanoSavella 

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