Italicum in dirittura d’arrivo al Senato, ma resta il dibattito su preferenze e collegi

Gen 23rd, 2015
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La nuova scheda elettorale prevista dall'Italicum (via @luciacontee)

La nuova scheda elettorale prevista dall’Italicum (via @luciacontee)

L’Italicum 2.0 si avvia a essere approvato in Senato entro martedì. L’emendamento Espositum, che ha tagliato fuori 35.000 emendamenti sui 47.000 circa presentati, ha accelerato di gran lunga i lavori, nel corso dei quali molte altre proposte di modifica sono state precluse. Nella mattinata di mercoledì, la maggioranza allargata a Forza Italia ha superato più agevolmente del previsto il voto sui due emendamenti più a rischio, quelli firmati dal senatore della minoranza Pd e bersaniano Miguel Gotor che puntava a far eleggere con le preferenze il 70% dei deputati. Il numero dei dissidenti del Pd è stato però tale da rendere indispensabile il sostegno di Forza Italia, e ciò ha creato un chiaro problema politico, anche in relazione alle prossime votazioni sul presidente della Repubblica. Nell’immagine seguente, twittata dal senatore di Forza Italia Lucio Malan, l’elenco dei senatori dissidenti che hanno votato il primo dei due emendamenti Gotor (a favore del quale si sono espressi in 116, mentre 170 sono stati i contrari).

Sia la proposta di modifica di Gotor, sia gran parte del dibattito sull’Italicum degli ultimi giorni vertono sul numero di deputati che saranno eletti con le preferenze e sul numero degli eletti in quanto “capilista bloccati”. Anche a proposito di quest’ultima definizione ognuno adotta la formula che gli appare più congeniale. Il sottosegretario alla Riforme Ivan Scalfarotto parla di “candidati di collegio”, riferendosi addirittura ai collegi uninominali, ma è evidente che c’è una certa differenza tra i 475 collegi del Mattarellum e i 100 del nuovo Italicum, sia numericamente, sia perché con la nuova legge elettorale tutti i “candidati di collegio” della lista vincente saranno automaticamente eletti, e vi sarà peraltro più di un eletto per ogni collegio. Il Movimento 5 Stelle, per bocca del senatore Giovanni Endrizzi, parla invece ancora di “liste bloccate”, ma si tratta chiaramente di una formula impropria perché di bloccato c’è un solo candidato, e non una lista di candidati, per ogni partito. Diverso era il caso dei “collegi plurinominali” approvati in prima lettura alla Camera, che potevano ancora essere definiti “liste bloccate” benché di gran lunga più brevi di quelle del Porcellum (e infatti in quel caso sarebbero state stampate integralmente sulla scheda).

Ma quanti saranno davvero i deputati eletti con le preferenze alla Camera? Certamente almeno 240 appartenenti alla lista vincente, al primo turno o al ballottaggio, che andranno ad aggiungersi ai 100 capilista. Ai 240 devono aggiungersi i 13 eletti della Val d’Aosta e della circoscrizione estero. Ma il numero finale sarà certamente superiore a 253, grazie alle candidature plurime, che nel nuovo Italicum possono arrivare ad un massimo di 10: un partito può quindi candidare un unico capolista per dieci collegi, e se lo facesse per tutto il territorio nazionale candiderebbe in tutto 10 capilista bloccati. Nell’aula del Senato, Gaetano Quagliariello ha già annunciato che il Nuovo Centrodestra ha intenzione di sfruttare al massimo questa possibilità alle prossime elezioni: ipotizzando 40 deputati eletti per quel partito, quindi, 10 saranno i capilista bloccati e 30 proverranno dalle preferenze. Anche Forza Italia potrebbe far uso, seppure solo in parte, di questo sistema: grazie alla visibilità che il capolista ha sulla scheda elettorale, infatti, i partiti hanno un incentivo a utilizzare questo sistema per personalità che abbiano un alto richiamo elettorale (si pensi alla possibile candidatura di uno dei figli di Silvio Berlusconi).

Insomma, come spiega bene Roberto D’Alimonte, più saranno utilizzate le candidature plurime, più sarà alto il numero degli eletti con le preferenze. Ed è probabile che alla fine, con questo sistema, dai 253 sicuramente eletti con le preferenze si possa arrivare a una soglia vicina ai 300, all’incirca il 50% del totale dei deputati. Mentre l’emendamento Gotor ne prevedeva il 70%. La differenza è tutt’altro che straordinaria, e rende ancor più difficile comprendere il clamore con cui la minoranza Pd ha accompagnato questa battaglia, tanto più nel complesso di una legge elettorale sicuramente migliorata rispetto alla prima lettura alla Camera (dove la minoranza adottò nel complesso toni assai meno critici). Come del resto ha scritto il presidente del Pd, Matteo Orfini, «Temo c’entri molto l’idea coltivata da alcuni […] che sia indispensabile mantenere vive le divisioni congressuali anche a congresso finito, cristallizzando la nostra dialettica in un perenne scontro tra maggioranza e minoranza».

@StefanoSavella

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