Elezioni in Israele, il Likud compie la rimonta e vince. I probabili scenari post-voto

    Mar 18th, 2015
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    Le elezioni di ieri in Israele mostrano un paese ancora in mano a Benjamin Netanyahu. Rispetto ai sondaggi della vigilia, e anche agli exit poll diffusi a urne chiuse che indicavano un testa a testa con l’Unione sionista del laburista Isaac Herzog (che comprende anche il partito centrista di Tzipi Livni), il Likud ha ottenuto un numero di seggi (30) assai superiore alle aspettative: segnale di una campagna elettorale che negli ultimi giorni, e soprattutto nelle ultime ore, ha convogliato voti verso il premier uscente. Quest’ultimo ha sottratto voti ai propri potenziali partner di governo, soprattutto a Patria ebraica, guidata dal ministro delle Finanze Naftali Bennett, e a Yachad, un’altra formazione di destra rimasta sotto la soglia di sbarramento del 3,25%.

    Il presidente della Repubblica Reuven Rivlin assegnerà al premier uscente l’incarico di formare un governo, e quest’ultimo avrà 42 giorni di tempo per ottenere alla Knesset un voto di fiducia di almeno 61 deputati su 120. Fonti ufficiose dello staff di Rivlin (esponente del Likud) hanno fatto comunque trapelare, già pochi minuti dopo la chiusura dei seggi, la sua volontà di dar vita a un governo di unità nazionale, formato principalmente da Likud e Unione sionista (ferma a 24 seggi) con il supporto di altri partiti moderati. Netanyahu si appresta quindi a guidare il suo quarto governo: Herzog punta a ottenere per sé un ministero chiave, ma dovrà superare le riserve di parte del suo gruppo parlamentare che invece vorrebbe restare all’opposizione di Netanyahu.

    Ago della bilancia dello scenario politico, sebbene ridimensionato dall’inaspettato successo del Likud, resta Kulanu, il nuovo partito di centro-destra di Moshe Kahlon, che ha conquistato 10 seggi puntando in campagna elettorale soprattutto sui temi economici e di politica interna. L’aspirazione del suo leader, fuoriuscito mesi fa dal Likud, è quella di diventare ministro delle Finanze: una carica che lo stesso Netanyahu gli ha offerto in campagna elettorale. Kahlon ha voluto però fino all’ultimo tenere una porta aperta alla collaborazione con l’Unione sionista, immaginando che la lista di centrosinistra potesse vincere le elezioni ed essere in grado di formare un governo. Ma così non è stato: la lista unitaria dei partiti arabi ha ottenuto un buon risultato (14 seggi), collocandosi come terzo partito, ma nessun partito di centro-destra intende governarci insieme. In calo il partito di sinistra Meretz (4 seggi). Sommando questi due partiti all’Unione sionista e al partito di centro Yesh Atid (11 seggi), il cui leader Yair Lapid è in rotta di collisione con Netanyahu, si arriva a 53 seggi, insufficienti per raggiungere quota 61.

    Discorso diverso invece per Benjamin Netanyahu. La vittoria, insperata, lo rende ancora l’uomo forte del paese, facendo venir meno le speranze di chi, come Kahlon, puntava a prendere il suo posto come leader del Likud, o comunque dello schieramento di centro-destra. Il successo del Likud, inoltre, ha indebolito tutti i suoi possibili alleati di governo, dallo stesso Kahlon a Bennett (8 seggi), a Lieberman (6 seggi), ai partiti ultraortodossi, che nel loro insieme passano dai 18 seggi ottenuti nell’ultima legislatura a 13. Se tutto il campo di destra convergesse su Netanyahu, si arriverebbe a 67 seggi: ma per il premier ci sarebbe il problema, non indifferente, di far funzionare una coalizione di sei partiti, all’interno dei quali, soprattutto tra quelli d’ispirazione religiosa, ci sono posizioni politiche diverse sull’ingresso o meno al governo. Senza dimenticare che un governo così sbilanciato a destra rischierebbe di trovarsi isolato nel contesto internazionale. Ecco perché, di fronte a questo scenario, anche a Netanyahu potrebbe andar bene un governo di unità nazionale, ora che il risultato elettorale ha messo in chiaro che sarà lui a mantenerne le redini.

    @StefanoSavella

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