Israele, iniziate le trattative per la formazione del nuovo governo

    Mar 26th, 2015
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    Naftali Bennett, leader di Patria ebraica

    Naftali Bennett, leader di Patria ebraica

    Dopo aver ricevuto l’incarico dal presidente della Repubblica Reuven Rivlin, il premier uscente Benjamin Netanyahu ha avviato le consultazioni per la formazione del suo quarto governo, il terzo consecutivo. E sarà un governo molto sbilanciato a destra. Viene meno quindi, almeno per il momento, la possibilità che si costituisca un governo di unità nazionale, come pure era nelle intenzioni di Rivlin (oltre ad avere il consenso dell’amministrazione Obama). La procedura, infatti, non consente al presidente della Repubblica ampi margini di manovra laddove, com’è accaduto, i leader dei partiti che sono in grado di formare una maggioranza alla Knesset sono concordi nell’indicazione di un nome per la carica di primo ministro. E in questo caso, il nome di Netanyahu è stato fatto, oltre che dal Likud, il partito di cui egli stesso è leader, anche da Kulanu, Patria ebraica, Yisrael Beitenu, Shas e Ebrei Uniti per la Torah (UTJ), che nel loro complesso raggiungono quota 67 seggi sui 120 del Parlamento israeliano.

    Una coalizione a sei, dunque, più ampia della precedente, che potrebbe portare per le lunghe le consultazioni, il cui termine è comunque fissato non oltre il prossimo 22 aprile: se entro quella data il nuovo governo non avesse ottenuto la fiducia, il presidente della Repubblica potrà incaricare un altro candidato. Ma, nonostante affiorino le prime tensioni sulla distribuzione dei posti di governo e sottogoverno, il tentativo di Netanyahu dovrebbe andare in porto. L’asse con Naftali Bennett, leader di Patria ebraica (8 seggi), è saldo: Netanyahu avrebbe garantito l’approvazione della legge sulla trasparenza dei fondi ricevuti dalle ONG che operano nel paese (e quindi anche nei territori palestinesi) e della legge che rende Israele uno Stato ebraico a tutti gli effetti, ma non è detto che Bennett conservi la poltrona di ministro dell’Economia.

    Anche Moshe Kahlon, leader del nuovo partito di centro-destra Kulanu (10 seggi), ha indicato Netanyahu come premier: per lui ci sarà, come promesso in campagna elettorale, la poltrona di ministro delle Finanze e la presenza nel governo di altri esponenti del suo partito, interessati soprattutto a portafogli economici. I colloqui informali del premier con le altre formazioni politiche, al di fuori del calendario delle consultazioni, ha però causato già una prima frizione con Kahlon, che ha disdetto un incontro in programma con Netanyahu.

    Un ruolo chiave nel prossimo governo l’avrà anche Yisrael Beitenu, il partito di destra del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. Quest’ultimo dovrà però probabilmente rinunciare al proprio posto nel governo (troppo importante rispetto ai soli 6 seggi che porta in dote e peraltro richiesto dallo stesso Likud, forte della sua performance elettorale), puntando invece al ministero della Difesa, per il quale è però in corsa anche Bennett.

    Infine ci sono i due partiti religiosi ultraortodossi, Shas della componente sefardita (7 seggi) e UTJ di quella askenazita (6 seggi). Shas è già stato al governo con Netanyahu dal 2009 al 2013 (il suo ex leader e ora fondatore di un nuovo partito religioso rimasto sotto la soglia di sbarramento, Eli Yishai, era vicepremier) e il suo attuale e controverso leader Aryeh Deri (tra il 2000 e il 2002 ha scontato quasi due anni di carcere per corruzione) punta al ministero dell’Interno o a quello degli Affari religiosi: per entrambi però la concorrenza è agguerrita ed è prevedibile un suo passo indietro alla fine delle trattative. La strada sembra essere più in discesa l’altro partito religioso, UTJ, che ha richiesto la presidenza della Commissione Finanze della Knesset e il ministero della Salute.

    @StefanoSavella 

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