Israele, ancora stallo nelle trattative per il nuovo governo

    Apr 15th, 2015
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    Avigdor Lieberman

    Avigdor Lieberman

    Fin dall’indomani delle elezioni in Israele, con la vittoria schiacciante e, in quelle dimensioni, imprevista del Likud di Benjamin Netanyahu, si sono avviati i colloqui per la formazione di un governo di centro-destra composto da ben sei partiti, tra cui due formazioni politiche religiose. L’equilibrio della coalizione sembrava quindi inesorabilmente sbilanciato verso destra, con Patria Ebraica di Naftali Bennett e Yisrael Beitenu di Avigdor Lieberman propensi a non fare concessioni sulla costruzione di nuovi insediamenti. Anche la squadra di governo sembrava prendere forma, sebbene vi fosse grande concorrenza per la conquista di alcune posizioni di rilievo, come i ministeri degli Esteri, della Difesa e degli Affari religiosi. Nessun dubbio invece sulla nomina di Moshe Kahlon, leader del partito di centro-destra Kulanu, a nuovo ministro delle Finanze, carica a lui promessa già in campagna elettorale da Netanyahu.

    Nelle ultime ore, il quadro sembra però essersi complicato. Secondo alcune fonti, pochi giorni fa ci sarebbe stato un incontro segreto tra il premier Netanyahu e il leader laburista Isaac Herzog, per discutere della possibilità di un allargamento della coalizione che comprenda anche il principale partito di centro-sinistra. Herzog, in campagna elettorale, aveva escluso di poter far parte di un governo guidato da Netanyahu, ma il deludente risultato del voto potrebbe ridare slancio a questa ipotesi, spinta anche dalla moral suasion del presidente della Repubblica Reuven Rivlin. Nelle stesse ore, era stato Lieberman a confermare in qualche modo il ritorno sul tavolo dell’ipotesi di un governo di unità nazionale, dichiarandosi indisponibile a farne parte. Al contrario, non hanno escluso questa soluzione gli altri partiti di destra e centro-destra, nonostante l’ampia distanza che separa i laburisti, ad esempio, da Patria Ebraica. Soltanto con un governo di unità nazionale sarebbe possibile approvare una nuova legge elettorale, auspicata da Netanyahu e dai laburisti, che rafforzi i partiti più grandi, ad esempio attraverso un premio di maggioranza. Soluzione avversata, ovviamente, dai piccoli partiti della coalizione di centro-destra.

    Ma non si tratta, al momento, dell’unica strada percorribile per superare lo stallo che dura ormai da settimane. Un’altra, forse la più probabile, è quella che passa dalla spaccatura interna a uno o più partiti della coalizione. Quello più a rischio di scissione appare proprio Yisrael Beitenu del ministro degli Esteri Lieberman, che nonostante i soli sei seggi ottenuti alle elezioni punta a mantenere la stessa carica. La conferma di Lieberman porterebbe con sé uno scontro con Bennett, che pretende più peso nel governo in forza del maggior numero di deputati del suo partito. Per sciogliere il nodo, Netanyahu potrebbe affidare due ministeri non di primo piano ad altrettanti deputati di Yisrael Beitenu, in procinto di passare al Likud, assicurandosi il loro voto di fiducia, mentre i restanti quattro, tra cui Lieberman, passerebbero all’opposizione. Con questa mossa, la maggioranza scenderebbe da 67 a 63 seggi, con un margine risicato ma comunque relativamente stabile. Questa soluzione libererebbe la casella del ministero degli Esteri, che potrebbe andare al Likud (con i due nuovi innesti arriverebbe a 32 seggi) nella persona del numero due del partito, Gilad Erdan.

    Altri problemi potrebbero però arrivare dagli altri alleati. In particolare da Kulanu, che oltre alle Finanze avrebbe richiesto la presidenza di una commissione sulla pianificazione edilizia che fa parte della struttura del ministero dell’Interno. La poltrona di ministro dell’Interno sembrava però destinata al leader del partito religioso Shas, Arye Deri, nonostante quest’ultimo in passato abbia scontato due anni di carcere per corruzione. E nemmeno i colloqui con Patria Ebraica sembrano andare per il meglio: Bennett in campagna elettorale aveva richiesto per sé un ministero importante, come gli Esteri o la Difesa, ma il premier incaricato, forte del successo elettorale, preferirebbe affidargli una delega meno pesante. Per uscire dall’impasse, Netanyahu potrebbe spacchettare alcuni ministeri superando la quota massima di 18 prevista per legge.

    @StefanoSavella

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