Netanyahu trova l’accordo per il governo, ma ha un solo voto di maggioranza

Mag 7th, 2015
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Benjamin Netanyahu (Photo by Olivier Fitoussi /FLASH90)

Benjamin Netanyahu (Photo by Olivier Fitoussi /FLASH90)

Ha dovuto prendersi tutto il tempo necessario, fino a poche ore prima dalla scadenza del mandato, ma alla fine Benjamin Netanyahu è riuscito a formare una coalizione per il suo nuovo governo. Nonostante il largo successo del suo partito, il Likud, alle elezioni del 17 marzo, il premier israeliano deve però accontentarsi di una maggioranza strettissima, e nemmeno del tutto coesa. La somma dei seggi di Likud, Kulanu (il partito di centro-destra guidato da Moshe Kahlon), Patria ebraica (il cui leader, Naftali Bennett, è vicino alle posizioni dei coloni), Shas e UTJ (i due partiti religiosi ultra-ortodossi) è infatti 61, appena uno in più della maggioranza assoluta. Rispetto alle previsioni post-voto, vengono a mancare sono i voti di Yisrael Beitenu, il partito di destra del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, che ha abbandonato le trattative per contrasti sulle deleghe di governo e sugli accordi già presi con gli altri partiti, e in particolare con Shas e UTJ.

Tramonta così, per il momento, la soluzione di un governo di unità nazionale, benché fosse caldeggiata dal presidente della Repubblica, Reuven Rivlin. La lista di centro-sinistra Unione sionista resta alla finestra: di fronte a un’implosione della debole coalizione di governo, e in assenza di soccorsi da parte di qualche deputato di Yisrael Beitenu, i suoi due leader Isaac Herzog e Tzipi Livni (o anche soltanto quest’ultima, con i deputati a lei più fedeli) potrebbero rientrare in corsa per rendere il governo più stabile. In questo caso, però, Netanyahu dovrebbe mettere in conto una modifica radicale del programma, giacché perderebbe il sostegno del partito di destra Patria ebraica, che intende costruire nuove colonie all’interno dei territori palestinesi.

Prima di pensare al futuro, Netanyahu deve però occuparsi di ottenere alla Knesset la fiducia di quei 61 deputati. Non dovrebbero esserci sorprese, ma i partiti, al loro interno, mostrano già le prime divisioni. Nel Likud, ad esempio, alcuni non hanno gradito la nomina di Bennett a ministro dell’istruzione per le sue posizioni oltranziste; dentro Patria ebraica, c’è una corrente ancora più a destra che fa capo al nuovo ministro dell’Agricoltura Uri Ariel, che avrebbe gradito una delega più pesante, come quella alla Giustizia, affidata alla 39enne deputata Ayelet Shaked, vicina a Bennett. Inoltre, l’annunciato ingresso al governo di Aryeh Deri, il leader di Shah che in passato ha scontato 22 mesi di carcere per corruzione, ha creato scompiglio nella società civile, così come l’avergli affidato il ministero degli Affari religiosi, trattandosi di un esponente politico ultra-ortodosso.

L’incertezza sugli equilibri del governo e la frammentazione politica in Israele sono tali da rendere sempre più vivace il dibattito su una modifica della legge elettorale, di cui si parla da anni. Nei giorni scorsi, proprio mentre la Camera dei deputati approvava l’Italicum, in Israele uno dei principali think tank del paese, l’Israel Democracy Institute, ha proposto di rendere più stabile il sistema elettorale consentendo l’elezione diretta del capo del governo. Ciò condurrebbe, secondo gli analisti, a un più marcato bipartitismo e a un peso sempre minore per le formazioni politiche più piccole. Netanyahu, in campagna elettorale, aveva promesso una riforma che andasse in quella direzione: ma ora che ha formato una maggioranza con Shas e UTJ, ogni ipotesi di modifica della legge elettorale in tal senso andrà a infrangersi contro la loro minaccia di una crisi di governo.

@StefanoSavella

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