Referendum in Grecia, un crocevia per l’eurozona?

Giu 29th, 2015
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Alexis Tsipras

Alexis Tsipras

Domenica 5 luglio, a meno di colpi di scena, i greci torneranno alle urne per un referendum che ha ottenuto sabato notte il via libera dal Parlamento. Si voterà dalle 7 del mattino alle 19 ora locale e si tratterà della prima consultazione referendaria nel paese ellenico dal 1974, quando fu convocata dopo il ritorno alla democrazia dal primo ministro Konstantinos Karamanlis per scegliere tra monarchia e repubblica (vinse quest’ultima con il 69,2% dei voti). Un appuntamento storico, quindi, anche se parte dell’opposizione ne ha contestato la costituzionalità: alla fine per il via libera al referendum sono arrivati 178 voti, quelli della maggioranza (Syriza e Greci indipendenti) più i neonazisti di Alba Dorata, mentre hanno votato contro Nuova democrazia, To Potami, Pasok e partito comunista. Quest’ultimo è l’unico partito euroscettico presente in Parlamento ad essersi schierato contro la consultazione, considerata troppo “morbida” giacché la vera questione sarebbe abbandonare l’Unione Europea e non chiedere di esprimersi sul programma di aiuti. L’indicazione di voto dei comunisti per domenica prossima è l’astensione (ma il quorum del 40% resta a portata di mano).

Aver definito «generosa», venerdì scorso, l’ultima proposta di compromesso sul debito greco non ha aiutato il clima dei negoziati: dopo poche ore, a sorpresa, Tsipras ha annunciato il referendum in diretta tv, abbandonando il tavolo al quale erano ancora seduti i tecnici greci per smussare le ultime distanze, riguardanti soprattutto l’aumento e la riformulazione delle aliquote Iva: punto sul quale già da giorni l’ala dura di Syriza e i Greci indipendenti, il partito nazionalista con cui Syriza è al governo, avevano chiesto al  premier di non cedere. Quello che si è materializzato è uno scenario lost-lost, per dirla con Guy Verhofstadt: il leader dei liberal-democratici europei ha chiesto una proroga di tre mesi delle trattative per giungere a una conclusione definitiva sul debito greco. Ma la convocazione del referendum ha irrigidito le posizioni e il voto del 5 luglio potrebbe cambiare radicalmente il quadro.

Gli scenari

Al di là di come si interpreti il ricorso al referendum (un atto di democrazia o una cessione di responsabilità?), sarà importante, come sempre, soltanto il risultato del voto. Ma su cosa si esprimeranno, esattamente, i greci? È questa la prima domanda senza risposta: il quesito referendario cita il piano di aiuti proposto dai creditori alla controparte greca il 25 giugno, il quale però avrebbe valore fino a domani, termine ultimo dell’attuale programma di salvataggio e scadenza per il pagamento del debito verso il Fondo Monetario. Ieri, inoltre, la Commissione europea ha diffuso il testo di un documento aggiornato al 27 giugno, poche ore prima che il governo greco decidesse di lasciare i negoziati, e che prevede di lasciare al 13%, così com’è adesso, l’Iva per le strutture alberghiere.

La vittoria del no all’accordo con i creditori, sostenuto da Syriza, Greci indipendenti e Alba Dorata (che secondo gli ultimi sondaggi, nelle intenzioni di voto per i partiti, raggrupperebbero circa il 54% degli elettori), darebbe, secondo Tsipras, più forza alle rivendicazioni greche al tavolo dei negoziati: in realtà, la maggioranza dei ministri delle Finanze dell’eurozona accoglierebbe il risultato come un chiaro segnale per l’uscita da Atene dalla moneta unica (sebbene ciò non potrà realizzarsi facilmente, e certo non immediatamente). Tsipras rafforzerebbe la sua leadership nel paese, ma dovrebbe fronteggiare la crisi del sistema bancario e si troverebbe di fronte all’impossibilità di pagare stipendi dei dipendenti pubblici e pensioni.

Ma non è detto che un successo del sì conduca a uno scenario più tranquillo. Il presidente dell’eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha affermato che, a quel punto, il governo Tsipras non sarebbe più un interlocutore credibile per portare avanti le riforme richieste dal programma di aiuti, come il taglio dei prepensionamenti e l’aumento dell’Iva. Il Parlamento greco non potrà però dare la fiducia a nessun altro governo senza il sostegno di almeno un terzo dei deputati di Syriza. Tsipras, in seguito alla sconfitta nel referendum, potrebbe decidere di dimettersi, ma senza dare il via libera a un esecutivo di unità nazionale. Si tornerebbe così alle urne per le elezioni politiche (ipotesi ventilata anche dall’eurodeputato di Syriza Kostas Chrysogonos) e il premier greco, nel caso in cui riconquistasse la maggioranza, troverebbe ad attenderlo un piano di aiuti che sconfessa il proprio programma politico. Dall’altra parte, il leader politico che più riuscirà a intestarsi l’eventuale vittoria del sì (e non è scontato che sia l’ex premier Antonis Samaras, in calo nella popolarità) potrebbe veder crescere rapidamente il consenso per il suo partito.

Un commento

Il voto di domenica concluderà un percorso iniziato nel 2011, quando il premier socialista George Papandreou fu costretto a dimettersi dopo che la troika bloccò il proposito di indire un referendum sul primo memorandum: in quell’occasione, Alexis Tsipras si era schierato contro la consultazione, che avrebbe rappresentato un «disastro per l’economia greca».

In questi quattro anni, decine di riunioni dell’eurogruppo e di summit non hanno portato a una soluzione definitiva del debito greco. L’Europa ha scontato una cronica mancanza di leadership, soprattutto politica. Eppure quando si parla di “eurocrati” si ignora che i quattro uomini che più da vicino hanno seguito gli ultimi negoziati per conto delle istituzioni comunitarie sono tutti politici: Jeroen Dijsselbloem è in corsa per diventare leader del partito laburista olandese, Jean-Claude Juncker è stato primo ministro del Lussemburgo ed è diventato presidente grazie alla candidatura del partito popolare europeo, i commissari Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis sono stati parlamentari e rispettivamente ministro delle Finanze e premier dei rispettivi paesi. Né loro, né i capi di Stato e di governo (su tutti Angela Merkel) sono però riusciti a venire a capo di un problema che è peggiorato di anno in anno. L’unico tecnico delle istituzioni europee è Mario Draghi, ed è difficile considerarlo ostile alla Grecia se si guarda ai suoi ripetuti scontri con il falco della Bundesbank, Jens Weidmann.

Non ci sono in Europa, attualmente, governi tecnici. Vi sono, semmai, governi politici come quello finlandese che non accetteranno mai una linea di credito aperta a oltranza nei confronti della Grecia. In una comunità di paesi come l’eurozona, non è chiaro secondo quale principio debbano essere rispettate le promesse elettorali di Tsipras e non quelle dei Veri Finlandesi, il partito euroscettico finlandese più duro nei confronti del debito greco. È perciò evidente che finché gli equilibri politici interni o le promesse fatte in campagna elettorale dai singoli partiti saranno rivolte alla difesa della sovranità nazionale, soltanto un continuo mostruoso sforzo di mediazione potrà tenere unita l’eurozona, con risultati non sempre positivi, come dimostrano gli ultimi giorni. Di fronte a questo eterna fatica di Sisifo, le alternative sono due: far uscire dalla moneta unica i paesi “ribelli” (cosa che, fino ad oggi, gli stessi greci hanno dimostrato di voler scongiurare, e che peraltro non è una soluzione facilmente praticabile con gli attuali Trattati) o costruire un’unione fiscale e politica nella quale i governi nazionali contribuiscano alle decisioni in nome di un interesse comune. Difendere la propria sovranità nazionale e allo stesso tempo chiedere un’Europa più forte, come ha fatto invece Tsipras nel suo discorso alla nazione, sono due propositi chiaramente in contraddizione tra loro.

@StefanoSavella

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