La Grecia dice no: quali scenari politici in Grecia e in Europa?

    Lug 6th, 2015
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    Con un risultato ben più ampio delle previsioni (61,3%), i greci hanno votato No al referendum convocato poco più di una settimana fa dal premier Alexis Tsipras sul nuovo piano di aiuti da concordare con i creditori internazionali. Un esito imprevisto nelle dimensioni, ma già ipotizzato nei due giorni immediatamente precedenti, e in particolare in seguito alla diffusione del rapporto del Fondo Monetario Internazionale che ammette la necessità di una ristrutturazione delle scadenze del debito greco: è stato questo episodio, secondo molti osservatori, a far spostare la bilancia più nettamente a favore del No, dando ulteriore spinta alle ragioni del governo ellenico, impegnatosi a fondo in questa campagna referendaria. La Grecia esce da questo voto più unita di quanto si pronosticasse alla vigilia: il No ha prevalso in tutti i distretti del paese, e anche sotto il profilo generazionale sembra meno ampia la faglia tra i giovani, ampiamente dalla parte del No, e i pensionati, che le code alle banche avrebbero potuto orientare più in massa verso il Sì.

    Il premier greco incassa il risultato e tiene unito, almeno per il momento, il suo partito e il governo. L’ala radicale di Syriza, che non esclude un’uscita dall’euro, ne esce rafforzata, potendo interpretare l’esito del referendum come un primo via libera al ritorno, in caso di necessità, a una moneta nazionale; la corrente più moderata, che fa capo al vicepremier Yannis Dragasakis (in un primo tempo indicato come possibile capo di un governo di unità nazionale in caso di vittoria del Sì), potrà ora rivendicare come un successo la riapertura dei negoziati e l’eventuale raggiungimento di un accordo. È difficile dire se queste due posizioni resteranno a lungo conciliabili: in caso di fallimento dei negoziati, l’ala moderata del partito potrebbe non accettare l’uscita dall’euro con tutto ciò che questa comporterà; se invece si arriverà a un compromesso con i creditori, è inevitabile che questo comprenderà anche una serie di riforme strutturali indigeste alla corrente più di sinistra interna a Syriza.

    Lo scenario politico greco subisce in ogni caso, dopo questo referendum, un nuovo scossone. I numeri sono senza alcun dubbio dalla parte del governo, anche se non ha fondamento affermare che ora Syriza rappresenta la maggioranza assoluta dei greci. Il bottino dei No va infatti diviso anche con la destra nazionalista dei Greci Indipendenti, suo partner di governo, con i neonazisti di Alba Dorata, e con il Partito comunista, i cui elettori sembrano aver disatteso, almeno in parte, l’invito all’astensione: questi tre partiti (a cui vanno aggiunte altre formazioni extraparlamentari di estrema sinistra) sommano circa il 16% nelle ultime intenzioni di voto. Il vero terremoto scoppia invece nelle file dell’opposizione: l’ex premier Antonis Samaras, leader del partito di centro-destra Nuova Democrazia, si è infatti dimesso, aprendo la strada alla sua successione alla guida del partito. La sua impopolarità, soprattutto se paragonata al carisma di Tsipras, non ha certamente giovato al fronte del Sì. Leader ad interim del partito è l’ex presidente del Parlamento Vangelis Meimarakis, mentre il congresso si terrà nelle prossime settimane (in pole position c’è l’ex sindaca di Atene ed ex ministra degli Esteri Dora Bakoyannis).

    Cosa accade ora in Europa? Tsipras dovrà tener fede alla promessa di un nuovo accordo entro 48 ore dal voto, senza l’uscita dall’euro e con la riapertura delle banche. Ma il risultato del referendum, oltre alla definizione di «terroristi» che il ministro delle Finanze Varoufakis (a sorpresa dimissionario) ha rivolto ai creditori internazionali, difficilmente renderanno possibile tutto ciò, quantomeno nel breve termine. Anche perché i falchi europei, governo Merkel in testa, sembrano più inclini a ragionare su uno scenario di Grexit che su nuove concessioni. Il campo social-democratico invece marcia diviso: alle aperture di François Hollande e del candidato premier spagnolo Pedro Sanchez (con quest’ultimo che prova a non perdere terreno nei confronti di Podemos in vista delle elezioni generali del prossimo autunno) si oppongono le dichiarazioni di fuoco dello stato maggiore della SPD tedesca e dei laburisti olandesi (meno chiara la posizione del Partito democratico, almeno a leggere le posizioni di Matteo Renzi e del capogruppo al Parlamento europeo Gianni Pittella).

    Le prossime ore riveleranno meglio il quadro. Restano sul tavolo due questioni che hanno a che vedere con la scelta di far decidere ai greci, democraticamente, se accettare o no quella bozza di accordo con la troika. Anzitutto, un eventuale nuovo accordo tra governo greco e creditori internazionali dovrà essere ratificato da otto parlamenti nazionali, tra cui quello tedesco e quello finlandese (quest’ultimo non è menzionato a caso: gli euroscettici contrari a fornire concessioni alla Grecia sono l’ago della bilancia): se anche una sola di queste assemblee, tutte democraticamente elette, votasse contro un piano ritenuto – a ragione o no – troppo favorevole alla Grecia, come si potrebbe contrapporre la scelta (democratica) dei greci a quella (non meno democratica) di quel parlamento?

    La seconda questione riguarda la tenuta del progetto europeo, che torna a scontrarsi (dopo i voti del 2005 sulla Costituzione europea in Francia e Olanda) con l’esito sfavorevole di un referendum. È il nodo, lontano dallo sciogliersi, di un’unione monetaria ma non ancora fiscale e politica: il No di ieri da parte dei greci, se dovesse portare a migliori concessioni, verrà senza dubbio replicato in ogni altro paese dell’eurozona che in futuro dovesse trovarsi in crisi finanziaria (e in questo scenario è difficile immaginare quale sia la convenienza dei creditori a prestare denaro). Eppure la classe dirigente europea, che continua a soffrire di cronica impopolarità, avrebbe una soluzione per rovesciare a suo vantaggio la situazione: in casi come quello greco, dato che tutti i paesi dell’eurozona sono esposti (in varia misura) sotto il profilo finanziario, il referendum sull’accordo con il paese debitore dovrebbe essere convocato contemporaneamente in tutti i 19 paesi che ne fanno parte: sarebbe anche questa un’indiscutibile prova di democrazia, terrebbe conto di tutte le ragioni in campo (comprese quelle dei creditori), e non sarebbe utilizzabile da un solo primo ministro per rafforzare politicamente la sua posizione nei confini del proprio paese.

    @StefanoSavella

    Foto: www.ilmanifesto.info

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