Il Labour sceglie il nuovo leader, Corbyn in testa nei sondaggi

    Ago 24th, 2015
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    Jeremy Corbyn

    Jeremy Corbyn

    Dopo la batosta elettorale del 7 maggio scorso, il Partito laburista britannico resta bloccato tra tensioni e polemiche. La sfida per la leadership, cominciata all’indomani del voto con le dimissioni di Ed Miliband, ha tutt’altro che alleggerito il clima tra i militanti; e all’interno dello stesso establishment si assiste da settimane a un duro confronto tra i candidati e gli esponenti del partito che li sostengono. Il nome attorno a cui ruota la disputa, e che ha saputo concentrare su se stesso l’attenzione politica generale, non soltanto tra gli elettori laburisti, è quello di Jeremy Corbyn. Ultimo in ordine di tempo a candidarsi, grazie anche alle firme a suo sostegno di esponenti del partito distanti dalle sue posizioni, profilo da perfetto outsider, il deputato 66enne ha letteralmente monopolizzato il dibattito interno, attraendo elettori provenienti da altri partiti (in primis dai Verdi e dalla galassia della sinistra radicale) ma finendo sotto il fuoco di fila dell’ala più moderata.

    Eletto per la prima volta alla Camera dei Comuni nel 1983 sempre nel collegio di Islington North, alla periferia settentrionale di Londra, alle elezioni di maggio il suo risultato è stato addirittura superiore rispetto a cinque anni prima, arrivando a toccare il 60% delle preferenze (quasi 30.000 in termini assoluti, mai così tanti per lui) e lasciando le briciole agli altri candidati. Che il suo collegio sia tra i più “rossi” del paese è evidente anche dal risultato dei Verdi, arrivati qui a superare il 10%. Meno scontato era invece che il suo consenso potesse dilagare anche nel resto del territorio britannico nella corsa alla leadership. E invece da quando, alla metà di luglio, un sondaggio YouGov per «The Times» lo ha rilevato nettamente in testa, è diventato improvvisamente il favorito. Le sue posizioni anti-austerity, spesso in dissenso con quelle del suo stesso partito, hanno provocato i duri interventi di esponenti laburisti di primo piano come Tony Blair e Gordon Brown, finendo tuttavia, a quanto sembra, per accrescere l’autorevolezza e le possibilità di vittoria di Corbyn. D’altra parte la corrente blairiana del partito sembra in ogni caso tagliata fuori dalla sfida: dopo la rinuncia di David Miliband e addirittura il ritiro, pochi giorni dopo l’annuncio della sua candidatura, di Chuka Umunna, il loro sostegno a Liz Kendall è apparso perlopiù un ripiego: e infatti la deputata 44enne, nonostante i prestigiosi endorsement, resta ultima nei sondaggi intorno al 15%.

    Ad avere qualche chance in più di contrastare l’ascesa di Corbyn restano Andy Burnham, il candidato originariamente favorito e che conta sul sostegno della maggioranza (relativa) dei deputati laburisti, e Yvette Cooper, che però appare in calo. A rendere ancor più accesa la sfida sono le polemiche sulla registrazione dei votanti (si tratta di primarie semi-aperte: hanno diritto al voto sia gli iscritti al partito sia i simpatizzanti che si siano registrati entro il 12 agosto contribuendo con 3 sterline). Fino a sabato scorso, 3.000 richieste di voto sono state respinte perché provenienti da iscritti o militanti di altri partiti (soprattutto dai Verdi, ma anche dai conservatori). Si ritiene, non senza ragioni, che gran parte dei nuovi simpatizzanti registrati siano stati attratti dalle posizioni di Corbyn (nel caso dei tories, con l’intenzione di spingere il Labour nel caos rendendolo inoffensivo alle elezioni del 2020): ciò ha però irrigidito gli iscritti storici al partito, e specialmente coloro tra di essi che avversano l’ipotesi di una syrizzazione del Labour.

    La vittoria di Corbyn resta, secondo i sondaggi, l’esito più probabile di queste primarie (i risultati si conosceranno sabato 12 settembre). Secondo alcuni osservatori, tuttavia, non è affatto scontato che possa rimanere in sella per i prossimi cinque anni, fino alle elezioni generali. Nel 2016 ci sarà il referendum sull’adesione all’UE e il Parlamento britannico dovrà nuovamente esprimersi sulla delicata questione dei sottomarini nucleari Trident: se Corbyn dovesse prendere posizioni troppo euroscettiche e troppo radicali contro il programma di deterrenza nucleare, potrebbe mancargli la maggioranza all’interno del partito (nella forma, ad esempio, di dimissioni di massa dal governo ombra); e a quel punto i giochi per il candidato premier laburista per il 2020 potrebbero riaprirsi.

    @StefanoSavella

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