Croazia, il centro-destra vince le elezioni ma è senza maggioranza

    Nov 9th, 2015
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    Božo Petrov, leader di MOST

    Božo Petrov, leader di MOST

    Il partito HDZ, a capo di una coalizione di centro-destra, ha vinto le elezioni politiche di ieri in Croazia, ma non ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Un esito prevedibile alla vigilia, anche se gli ultimi sondaggi, e perfino i primi exit poll, mostravano uno scenario di perfetta parità con la coalizione di centro-sinistra, al governo negli ultimi quattro anni. Già dopo le elezioni presidenziali del gennaio scorso, in realtà, vinte a sorpresa dalla candidata di centro-destra Kolinda Grabar-Kitarović, sembrava che il vento soffiasse in direzione di un’alternanza alla guida del paese; e il premier socialdemocratico Zoran Milanović, dopo la crisi economica e i magri risultati sul fronte della crescita, ha dovuto affrontare negli ultimi mesi la manifesta ostilità della nuova presidente della Repubblica e poi, in estate, la crisi dei rifugiati, scoppiata in piena campagna elettorale.

    Il vero vincitore delle elezioni croate non è tuttavia nessuno dei due partiti maggiori. Il centro-sinistra crolla da 81 a 56 seggi, mentre il centro-destra, pur passando da 44 a 59, resta ben al di sotto della maggioranza assoluta fissata a quota 76: non era mai accaduto in Croazia che il partito vincitore delle elezioni conquistasse un numero di deputati così basso. La vera sorpresa di questa tornata elettorale va quindi cercata fuori dai tradizionali schieramenti e si chiama Il Ponte (MOST), un movimento civico che contro ogni previsione è arrivato ad ottenere ben 19 seggi, ritagliandosi il ruolo di vero ago della bilancia. La storia del MOST è recentissima: soltanto pochi mesi fa quella che era una lista civica regionale ha deciso di presentarsi alle elezioni politiche, candidando personalità indipendenti e senza una specifica provenienza politica. Un profilo che corrisponde a quello del leader del MOST, Božo Petrov: 36 anni, psichiatra, dal 2013 è sindaco di Metković, una cittadina all’estremo sud del paese.

    La piattaforma politica del MOST è di impronta liberale: riduzione degli sprechi, taglio delle tasse, riforma della pubblica amministrazione e accorpamento delle regioni. Non troppo diversa da quella che un anno fa, nella vicina Slovenia, aveva portato al potere Miro Cerar, un docente universitario diventato in pochi mesi leader di partito e premier del suo paese. Ma in Croazia a fare incetta di voti, più dei programmi, sembrano essere i volti. Alle ultime presidenziali, al primo turno, sorprese l’eccezionale risultato del giovanissimo Ivan Sinčić, uno studente universitario di estrema sinistra, anti-euro e anti-austerity, arrivato terzo con il 16,4%. Svanito l’effetto della sua proposta politica (il suo partito, Muro umano, esce da queste elezioni con un solo seggio conquistato rispetto ai 6-7 previsti), è stato Petrov a catalizzare l’attenzione con un programma di certo più moderato ma soprattutto con una formazione politica totalmente nuova, estranea ai partiti tradizionali e dichiaratamente contraria ad alleanze post-elettorali. Una promessa, quest’ultima, che potrebbe però non essere rispettata: l’eccezionale risultato elettorale pone il MOST in una posizione di forza che ha tutto l’interesse a sfruttare.

    Nello scenario al momento più probabile, al leader dell’HDZ Tomislav Karamarko (già ministro dell’Interno dal 2008 al 2011) verrà affidato l’incarico di trovare una maggioranza e di formare un governo. Il MOST potrebbe dettare le regole, ottenendo ministeri importanti (forse anche la presidenza del Parlamento) e l’ultima parola sulle riforme da approvare. O potrebbe limitarsi a un appoggio esterno, che indebolirebbe però non poco la stabilità del governo: anche perché il centro-destra non può contare su altri alleati in Parlamento, ad eccezione degli otto deputati che rappresentano le minoranze etniche (per quella italiana è stato riconfermato ancora una volta Furio Radin, eletto ininterrottamente fin dalle prime elezioni del 1992). Il partito istriano IDS (3 seggi) ha infatti posizioni vicine a quelle dei socialdemocratici, e difficilmente arriverà a Karamarko il sostegno dei nazionalisti dell’HDSSB, quello del partito personale del sindaco di Zagabria Milan Bandić (2 seggi a testa) e dell’ex vicepremier del governo di centro-sinistra Radimir Čačić. Anche il premier uscente Milanović sta corteggiando il Ponte, ma una maggioranza di quel tipo sarebbe ostaggio dei piccoli partiti e delle minoranze nazionali, ed è perciò improbabile. Sullo sfondo, infine, nel caso in cui le trattative dovessero naufragare, resta l’ipotesi di nuove elezioni.

    @StefanoSavella

     

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