Ci saranno vere elezioni europee nel 2019?

    Nov 16th, 2015
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    imageMercoledì scorso l’aula del Parlamento europeo ha compiuto un significativo passo in avanti verso una profonda riforma elettorale, che potrebbe entrare in vigore già nel 2019, quando si terranno le prossime elezioni europee. Si tratta di un passaggio fondamentale, che renderebbe le elezioni europee un po’ diverse da come le abbiamo conosciute fino ad ora.

    Nella risoluzione approvata a Bruxelles si chiede, ad esempio, di rafforzare l’indicazione del candidato presidente della Commissione nel processo elettorale. Ciò avverrebbe con l’istituzione di una nuova circoscrizione elettorale, che comprenderebbe l’intera Unione Europea e che andrebbe ad aggiungersi alla circoscrizione del paese in cui si risiede. L’ipotesi più probabile è che ogni elettore riceva quindi due schede: una con i simboli dei partiti nazionali e i candidati eurodeputati della propria circoscrizione, e un’altra con i simboli dei gruppi politici europei (Popolari, Socialisti & Democratici, Liberal-democratici, Verdi, Sinistra Europea, ecc.) e le rispettive liste guidate dal proprio candidato presidente della Commissione, che in questo modo otterrà una concreta legittimità elettorale, in quanto verrebbe votato in tutti i paesi dell’Unione.

    La risoluzione prevede inoltre l’obbligo della presenza di richiami ai gruppi politici europei durante la campagna elettorale a livello nazionale, la concessione del diritto di voto anche ai 16enni e l’introduzione, nelle circoscrizioni uniche e in quelle che assegnano più di 26 seggi, di una soglia di sbarramento obbligatoria fissata tra il 3 e il 5% (che andrebbe a incidere soprattutto sulla rappresentanza di Germania e Spagna, limitandone la frammentazione). Affinché questa riforma entri in vigore, tuttavia, ci sarà da attendere il via libera all’unanimità del Consiglio europeo, un’approvazione in seconda lettura del Parlamento europeo e infine la ratifica da parte dei Parlamenti di tutti gli Stati membri: un processo estremamente lungo, per cui si spiega l’inizio dell’iter legislativo appena un anno e mezzo dopo le ultime elezioni europee, in modo che il tempo a disposizione prima del 2019 non diventi un ostacolo al completamento dell’intera procedura. Del resto, non è escluso che gli Stati membri possano mettere i bastoni tra le ruote alla riforma: l’introduzione della nuova circoscrizione a livello europeo ridurrà necessariamente il numero di deputati assegnato singolarmente a ciascun paese, ridistribuendo quella quota a un livello comunitario che i partiti e i leader politici nazionali non potranno controllare se non in piccola parte.

    Lo scoglio più alto sarà però rappresentato soprattutto da Regno Unito, Polonia e Ungheria, i cui governi più strenuamente si oppongono a concedere più potere a livello europeo, anche (ma non solo) in ambito elettorale. Per questo motivo, è probabile che il via libera del Consiglio non arrivi prima del referendum sulla permanenza britannica nell’Unione, previsto nel prossimo anno. Se la riforma elettorale (in questa o altra forma) farà parte della rinegoziazione tra Cameron e le istituzioni comunitarie, e se la popolazione britannica si dichiarerà favorevole a restare nell’Unione anche a quelle condizioni, allora anche l’ostilità polacca e ungherese, se restasse isolata, potrebbe venire superata. Sempre che, nel corso dei prossimi mesi, non si formino altri governi nazionalisti in giro per l’Europa.

    Ma torniamo al voto del Parlamento europeo: l’approvazione è arrivata da parte del 52% degli eurodeputati presenti in aula: 315 favorevoli, 234 contrari, 55 astenuti (ma nella seconda lettura il Parlamento avrà bisogno di approvarla con la maggioranza assoluta dei suoi membri, pari a 376 voti). Il sostegno alla riforma è infatti arrivato prevalentemente da soli tre gruppi politici: i Popolari (che contano però anche 28 contrari, molti dei quali ungheresi, ma anche olandesi e svedesi), i Socialisti & Democratici (i 15 contrari sono tutti laburisti britannici) e Liberal-democratici (nemmeno loro del tutto coesi). Schierati in massa per il no tutti gli altri gruppi, dall’estrema sinistra all’estrema destra, con i Verdi che hanno contestato soprattutto l’assenza di norme a favore della parità di genere: da segnalare però l’astensione, nei rispettivi gruppi, degli eurodeputati di Syriza e del Movimento 5 Stelle.

    @StefanoSavella

     

     

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