Cinque cose da sapere sul quorum al referendum del 17 aprile

    Apr 12th, 2016
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    Mancano pochi giorni al referendum di domenica 17 aprile sulle concessioni alle attività estrattive entro le 12 miglia marittime. Se ne è parlato poco, ma alla fine anche la battaglia politica si è accesa, e pressoché tutti i partiti hanno preso posizione, pur con ampie differenze interne. La sfida non è però soltanto tra favorevoli e contrari: quando si parla, come in questo caso, di referendum abrogativi, è la tagliola del quorum a rivelare se un referendum è valido o meno. E almeno negli ultimi vent’anni, su questo punto, i risultati sono stati altalenanti. Per valutare lo scenario dell’affluenza alle urne il prossimo 17 aprile è bene quindi analizzare alcuni aspetti che possono spostare l’asticella al di qua o al di là della fatidica soglia del 50% più uno degli aventi diritto. Con una postilla: la riforma costituzionale, se confermata al referendum dell’ottobre prossimo, prevede che raccogliendo almeno 800.000 firme per indire un referendum invece delle 500.000 minime, il quorum si abbassi alla metà più uno dei votanti alle ultime elezioni politiche (in pratica tra il 35 e il 40% circa stando alle medie recenti). E in tal caso sarà assai più rischioso invitare all’astensione.

    Vediamo quindi quali elementi potrebbero influenzare una maggiore o minore affluenza alle urne domenica prossima:

    1) A partire dal 2003 gli italiani residenti all’estero (circa 3,5 milioni) votano anche ai referendum. E ciò va a influire ovviamente sul quorum. I dati parziali sull’affluenza che verranno diffusi domenica riguarderanno soltanto l’Italia, mentre il numero dei votanti all’estero verrà computato a urne chiuse, e prevedibilmente rivedrà al ribasso il dato finale dell’affluenza sul territorio nazionale. È quello che è accaduto nel giugno 2011, ai quattro referendum su acqua pubblica, nucleare e legittimo impedimento: il dato finale dell’affluenza in Italia è stato del 57%, ma quello dell’estero si è fermato al 23,1% e quindi l’affluenza alle urne complessiva è scesa al 54,8%. Curiosamente, al referendum del 2009 sulla riforma elettorale i dati italiano ed estero furono molto più ravvicinati: 24,2% in Italia, 20,8% all’estero (e non andò molto diversamente nel 2005 al referendum sulla fecondazione assistita). Questo ci dice che la quota dei votanti all’estero è stata piuttosto stabile in passato, e potrebbe quindi attestarsi anche stavolta tra il 20 e il 25%. Se i votanti italiani arrivassero al 52% si rischierebbe perciò di scendere comunque a ridosso del 50% a causa dalla più bassa affluenza all’estero.

    2) Al referendum del 2011 si era votato per tutta la giornata di domenica ma anche il lunedì mattina fino alle ore 15: quando l’allora premier Berlusconi reintrodusse nel 2002 la votazione in due giornate per portare alle urne più elettori possibili, soprattutto tra quelli di centro-destra, non poteva immaginare che ciò si sarebbe rivelato controproducente nei referendum del 2011. Anche se non si può dire con certezza che sia stato un fattore decisivo, di certo l’affluenza ne trasse giovamento: alle 22 di domenica erano andati alle urne il 41% circa degli italiani, e non è detto che tutti coloro che votarono di lunedì avrebbero potuto farlo anche di domenica. A partire dalle elezioni amministrative del 2014 si è tornati a votare in una sola giornata (come avviene in gran parte del mondo occidentale), e andrà tenuto conto di questo quando domenica si dovranno confrontare i dati parziali dell’affluenza con quelli del 2011.

    3) Per la prima volta nella storia d’Italia, in questo caso un referendum è stato indetto non in seguito a una raccolta di firme, ma per il comune intento di nove regioni: Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise (l’Abruzzo si è sfilato in un secondo momento). Come si vede, quasi tutte regioni del Mezzogiorno, in cui l’affluenza alle urne nei referendum è sempre mediamente inferiore alla media nazionale: nel 2011, contro una media nazionale del 57%, in Puglia votò il 52,5%, in Campania il 52,3%, in Calabria il 50,4%. In queste regioni, replicare il risultato di affluenza del 2011 sarebbe già un successo. Decisive saranno però probabilmente le regioni del Centro-Nord: in quelle non bagnate dal mare (Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige e Umbria su tutte) appare assai improbabile che si ripeta l’affluenza del 2011 quando si votava su tematiche diverse (dall’ambiente alla giustizia) che per giunta le riguardavano direttamente. C’è poi il caso dell’Emilia-Romagna: tradizionalmente punta di diamante in Italia nella partecipazione al voto, è la regione più coinvolta di tutte dalle attività estrattive entro le 12 miglia, ma l’amministrazione Bonaccini non ha sostenuto il referendum insieme alle altre nove regioni. In questo caso molto dipenderà da quante persone decideranno di votare No (come hanno dichiarato di fare Romano Prodi e altri esponenti del Partito democratico) e quante, contrariamente alle proprie (buone) abitudini, di astenersi.

    4) Il referendum del 2011 fu fortemente politicizzato, un vero e proprio voto contro il governo Berlusconi che sarebbe caduto cinque mesi dopo. Si andò a votare, inoltre, due settimane dopo l’inaspettata “onda arancione” delle elezioni amministrative, che aveva visto le sorprendenti vittorie di Pisapia a Milano, di De Magistris a Napoli, di Zedda a Cagliari. La situazione oggi appare un po’ diversa. È vero che gran parte dell’opposizione intende cogliere quest’occasione per dare una spallata all’esecutivo, ma l’impopolarità del governo Renzi non è agli stessi livelli di quella del governo Berlusconi nel 2011. Soprattutto mancano ancora due mesi alle elezioni amministrative, e ciò fa sì che nelle principali città il dibattito sia inevitabilmente più concentrato sul proprio futuro amministrativo che a questo referendum. Ciò non toglie che il risultato finale avrà un peso sullo scenario politico nazionale: se l’affluenza arriverà a ridosso del 50%, le opposizioni (soprattutto Movimento 5 Stelle, Lega Nord e Sinistra Italiana) avranno raggiunto un risultato eccezionale, e sarebbe un vero segnale d’allarme per Renzi soprattutto in prospettiva del referendum costituzionale di ottobre. Con un’affluenza sotto il 40%, sarà il governo a cantare vittoria. Poi ci sono le battaglie regionali: un’affluenza sotto il 50% in Puglia sarebbe una sconfitta per il governatore Michele Emiliano, che in questa battaglia ha investito non poche energie e possibilità di puntare a una leadership nazionale.

    5) È parere di molti che il superamento del quorum nel 2011 fu ottenuto anche grazie all’effetto-Fukushima: l’incidente alla centrale nucleare giapponese, in seguito a un terremoto, avvenne l’11 marzo, tre mesi prima del voto. Il quesito sul ritorno al nucleare acquisì perciò grandissima visibilità, trascinandosi dietro anche gli altri tre. L’inchiesta su Tempa Rossa e le dimissioni della ministra Guidi della settimana scorsa hanno conquistato le prime pagine per giorni e certamente hanno fatto sì che la questione dell’estrazione di idrocarburi diventasse di portata nazionale (benché riferita, nel caso specifico, alla terraferma e non al mare). Rispetto a dieci giorni fa, indubbiamente un certo numero di italiani si sarà convinto ad andare a votare anche in seguito agli sviluppi di questa vicenda. Se ciò sarà stato sufficiente a raggiungere il quorum, lo si vedrà domenica sera.

    @StefanoSavella

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