Cosa cambia in Gran Bretagna e in Europa dopo la Brexit

    Giu 24th, 2016
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    La Gran Bretagna vota per lasciare l’Unione Europea, e si apre una fase di drastici cambiamenti nella politica e nelle istituzioni britanniche ed europee. Difficile prevedere con esattezza cosa avverrà, perché si naviga in acque inesplorate: mai nessun Paese è uscito dall’UE, tantomeno un Paese di così grande rilevanza economica. Tuttavia, sia a Downing Street che a Bruxelles erano già pronti i dossier per stabilire le tappe che, entro i prossimi due anni, porteranno al definitivo abbandono dell’UE da parte del Regno Unito. Cosa accadrà dunque adesso?

    In Europa: il rischio più alto, non immediato ma concreto, è quello di un’uscita di altri paesi dall’Unione. Ci sono in particolare tre paesi che, prima di altri, potrebbero seguire la strada del Regno Unito e far svolgere un referendum sull’uscita dall’UE dagli esiti incertissimi. Anzitutto la Danimarca, dove già il partito euroscettico ha il potere di vita o di morte sul governo liberale avendo vinto le elezioni politiche dello scorso anno. Poi c’è l’Olanda, dove la maggioranza della popolazione vorrebbe un referendum di questo tipo stando ai sondaggi: l’ascesa del partito euroscettico PVV è tale che non sarebbe difficile immaginare un esito favorevole all’uscita, e si tratterebbe del primo paese fondatore a compiere questa scelta. E poi c’è la Francia: la Brexit influirà pesantemente sulle elezioni presidenziali del prossimo anno, e Marine Le Pen potrebbe ottenere un referendum anche in caso di sconfitta al ballottaggio. A quel punto il contagio sarebbe già avvenuto, e anche il sogno di una “Europa a due velocità” sarebbe difficile da realizzare.

    In Gran Bretagna: nessuno conosce al momento le conseguenze del terremoto politico provocato da questo voto. David Cameron si appresta a concludere la sua esperienza politica, e con lui forse anche George Osborne, il ministro delle Finanze destinato a succedergli. Bisognerà capire soltanto se ciò avverrà nelle prossime ore o nelle prossime settimane, in modo da non far cadere il paese nel caos istituzionale (oltre che finanziario). Potrebbe non essere necessario tornare alle urne se il nuovo leader del Partito conservatore (con ogni probabilità l’ex sindaco di Londra Boris Johnson, ma è in corsa anche il ministro della Giustizia Michael Gove) saprà tenere unito il gruppo parlamentare. In caso contrario, la strada sarà quella di elezioni politiche anticipate entro la fine dell’anno. Ma non sorridono neppure i laburisti, che hanno visto palesarsi con questo voto il definitivo scollamento rispetto alle loro posizioni del loro elettorato tradizionale, la working class. Difficile però che Jeremy Corbyn (che di certo è meno europeista di altri nel suo partito) possa abbandonare la leadership, almeno in questo momento. Grande successo invece per l’Ukip di Nigel Farage: ma ora che ha ottenuto l’obiettivo per il quale era stato fondato, saprà il partito evolversi in direzione di una prospettiva di governo?

    In Scozia: qui il Remain ha vinto (62%), e la leader del partito indipendentista Nicola Sturgeon ha dichiarato che gli scozzesi non hanno alcuna intenzione di lasciare l’Unione europea. Si fa sempre più probabile, dunque, un secondo referendum sull’indipendenza dal Regno Unito. Secondo i sondaggi di qualche settimana fa potrebbero vincere nuovamente gli unionisti, ma con la Brexit ormai avvenuta e in caso di gravi contraccolpi economici per il Regno Unito è possibile che gli scozzesi possano stavolta votare per l’indipendenza, restando nell’UE. In tal caso, anche l’Irlanda del Nord (dove pure ha vinto il Remain, seppure con un margine più ristretto) potrebbe chiedere di staccarsi da Londra.

    Stefano Savella

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