5 cose da sapere sulle elezioni europee 2019

    Ott 29th, 2018
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    La recente simulazione dell'Istituto Cattaneo sulle prossime elezioni europee

    La recente simulazione dell’Istituto Cattaneo sulle prossime elezioni europee

    Quando si vota

    Le elezioni europee si terranno tra il 23 maggio e il 26 maggio 2019 nei 27 stati membri dell’Unione. Ad aprire le urne per primi saranno gli olandesi, come da tradizione: in assenza del Regno Unito, i Paesi Bassi saranno l’unico paese in cui si voterà giovedì 23 maggio. Il giorno successivo toccherà agli irlandesi. Il giorno di sabato urne aperte in Repubblica Ceca, Slovacchia, Lettonia e Malta, mentre per tutti gli altri Stati membri si voterà domenica 26 maggio, con fasce di orario diverse da paese a paese. Lo scrutinio delle schede inizierà simultaneamente la sera del 26 maggio.

    Come è già avvenuto nel 2014, in Belgio si terrà un vero election day: oltre alle elezioni europee, si voterà infatti anche per le elezioni politiche e per quelle regionali.

    Chi verrà eletto

    Con le elezioni europee verranno eletti i 705 parlamentari europei che resteranno in carica dal 2019 al 2024. Alle ultime elezioni europee del 2014 vennero eletti 751 deputati, ma la Brexit ha ridotto il numero complessivo, pur apportando un piccolo aumento della quota di deputati destinati ad alcuni paesi in proporzione alla loro popolazione. Ad esempio, la Francia e la Spagna eleggeranno 5 deputati in più rispetto al 2014 (rispettivamente 79 e 59), l’Italia e i Paesi Bassi ne avranno 3 in più (rispettivamente 76 e 29), altri paesi (Polonia, Romania, Svezia, Austria, Danimarca, Slovacchia, Finlandia, Irlanda, Ungheria ed Estonia) avranno uno o due rappresentanti in più, in tutti gli altri non ci sarà nessuna variazione. Il paese a eleggere più eurodeputati in assoluto sarà la Germania con 96 rappresentanti.

    I gruppi parlamentari

    Già circolano rilevazioni aggregate dei diversi sondaggi nazionali con le quali si ipotizza la formazione del prossimo Parlamento europeo. Ma è bene ricordare che la formazione dei gruppi politici nel Parlamento europeo avverrà soltanto alcune settimane dopo il voto, e che all’interno degli stessi gruppi vi possono essere posizioni anche molto diverse su questioni specifiche. Gli unici gruppi che si formeranno con certezza sono quelli del Partito popolare europeo, dei Socialisti e democratici, dei liberal-democratici, dei Verdi, della destra sovranista e della sinistra radicale.

    Altri due gruppi creati nella legislatura uscente sono a rischio: quello dei conservatori (ECR), finora fondato sulla presenza dei tories britannici che abbandoneranno però il parlamento di Strasburgo; e quello della “libertà e della democrazia diretta” (EFDD), costituito per la gran parte dai rappresentanti britannici dell’UKIP e da quelli del Movimento 5 Stelle. Nel caso dell’ECR, il ruolo del partito leader sarà preso dai polacchi di Diritto e Giustizia, partito di maggioranza relativa, spostando radicalmente a destra e a est l’asse del gruppo, con possibili ripercussioni su altre adesioni (per costituire un gruppo bisogna raccogliere un minimo di 25 deputati di almeno 7 paesi diversi). Nel caso dell’EFDD, il cerino è tutto nelle mani del Movimento 5 Stelle: se riuscirà a raccogliere adesioni di altri partiti europei anti-establishment, formerà un proprio (piccolo) gruppo indipendente (al momento, gli unici partiti che potrebbero aderirvi, in linea di principio, provengono quasi tutti dall’Est: Polonia, Romania, Bulgaria, Estonia, Lituania; forse anche da Olanda e Finlandia). In caso contrario, dovrà cercare l’adesione ad un altro gruppo, come i Verdi, i liberal-democratici o i conservatori.

    La Commissione europea

    Il nome del nuovo presidente della Commissione europea (Jean-Claude Juncker non è in corsa per un secondo mandato) non è strettamente legato al voto dei cittadini europei, che eleggono soltanto i parlamentari. Ma dal 2014 i principali gruppi politici europei propongono prima del voto il proprio candidato alla presidenza della Commissione, che dovrà poi ottenere un voto di ratifica dalla maggioranza degli eurodeputati. Il grande favorito per la carica di prossimo presidente della Commissione è il bavarese Manfred Weber, che verrà indicato nel congresso del 7-8 novembre come candidato dei popolari. I nomi dei commissari europei verranno invece indicati direttamente da ognuno degli Stati membri, ma spetterà alle commissioni del Parlamento europeo ratificare la loro nomina, e in passato non sono mancate sorprese.

    Il ruolo dell’Italia

    Rispetto alle elezioni europee del 2014, cambierà radicalmente la rappresentanza italiana in Europa. Benché sia sempre rischioso proporre rilevazioni a ben sette mesi dal voto (specialmente in un contesto politico e finanziario così volatile), sappiamo che è destinata a ridursi drasticamente la quota di eurodeputati italiani del gruppo dei Socialisti e democratici (ne furono eletti ben 31 con il Partito democratico nel 2014) e ad accrescersi quella che aderirà, attraverso il voto alla Lega, al gruppo dei sovranisti di destra (furono appena 5 gli eurodeputati leghisti eletti nel 2014). Bisognerà allora vedere quale coalizione sosterrà il presidente della Commissione: e se, come sembra, questa coalizione resterà la stessa degli ultimi anni (formata da popolari, liberal-democratici, socialisti e/o conservatori), la conseguenza inevitabile sarà il confinamento all’opposizione della maggioranza degli eurodeputati italiani. Un dato che potrebbe modificarsi soltanto se la delegazione cinquestelle aderisse a uno dei gruppi di maggioranza.

    Il governo italiano, inoltre, dovrà esprimere un commissario europeo. Terminato il mandato di Federica Mogherini agli Esteri, il governo Conte (se sarà ancora in carica nel settembre 2019) dovrà proporre un nuovo nome: un politico, non necessariamente eletto al parlamento europeo, o un tecnico. Il risultato elettorale dirà quale delle due forze politiche al governo potrà proporre un proprio nome (a meno che non si arrivi a un nome, come quello di Paolo Savona, sostenuto da entrambi i partiti). Quel che appare certo è che lo scontro tra governo italiano e Commissione europea sui conti pubblici renderà impossibile affidare all’Italia una delega di peso, come quella agli Affari economici o al Bilancio, o una delega relativa a questioni “sensibili” all’interno dello stesso governo italiano, come Infrastrutture, Energia, Immigrazione. Più probabile che si trovi un accordo su un tema con meno rischi di rottura, come l’Agricoltura o il Commercio, o su altre deleghe di secondo piano.

     

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