Intervista a Michele Ballerin su “Gli Stati Uniti d’Europa spiegati a tutti”

Mag 22nd, 2014
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Oggi aprono i seggi per le elezioni europee nei primi due paesi chiamati al voto, Regno Unito e Olanda. Entro le 23 di domenica, tutti i 28 Stati dell’Unione Europea avranno chiuso le urne. Ma anche nella campagna elettorale che sta per terminare di Europa si è parlato poco. Al di là della battaglia dei partiti euroscettici a favore dell’uscita dalla moneta unica, e delle risposte fornite contro questa ipotesi, è mancata in generale una riflessione su ciò che dovrebbe diventare il continente europeo nei prossimi anni. Supplisce a questa timidezza della politica il libro Gli Stati Uniti d’Europa spiegati a tutti, uscito poche settimane fa per Fazi Editore e scritto da Michele Ballerin, saggista che si occupa di tematiche europee sul blog Euroscopio. L’Europa da vicino e da lontano sul quotidiano online «Pagina99». Adottando una prospettiva autenticamente europeista, l’autore sottolinea come soltanto un’Europa federale possa portare definitivamente a compimento il progetto nato con la CECA nel 1953. Ma quali ostacoli bisogna superare per raggiungere questo obiettivo e quali sono gli aspetti più importanti di queste elezioni? Abbiamo intervistato l’autore.

A partire da oggi si vota per le elezioni europee e tutti i sondaggi profilano il rafforzamento nel Parlamento europeo dei gruppi euroscettici. Eppure, come scrivi nel libro, siamo in una fase cruciale per la costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Credi che il nuovo Parlamento resterà ingabbiato dall’euroscetticismo o questo potrà al contrario motivare gli Stati ad accelerare verso un’Europa federale?

In effetti è quello che tutti ci stiamo chiedendo. Se le forze politiche euroscettiche ottenessero molti seggi al PE, questo potrebbe avere sull’UE l’effetto di una doccia fredda e obbligare il Consiglio a fare tutto il possibile per recuperare il consenso dei cittadini nei confronti del progetto europeo. D’altra parte, c’è il rischio che il PE faccia ancora più fatica a ricoprire quel ruolo di motore dell’integrazione che tutti gli amici della democrazia in Europa vorrebbero vederlo assumere. È impossibile prevedere quale dei due piatti della bilancia peserebbe di più. Io rimango abbastanza ottimista: se il PE non si facesse carico del cambiamento sarebbe condannato all’irrilevanza, e i deputati non saprebbero dare nessuna risposta concreta a chi li ha eletti. Una posizione piuttosto imbarazzante.

In Italia (a differenza che in Spagna o in Grecia) diversi partiti hanno fatto campagna elettorale contro l’euro. Tu scrivi che «il clima d’insofferenza nei confronti dell’euro dimostra l’ignoranza in cui siamo rimasti in questi decenni». Ma abbiamo ancora la possibilità di recuperare questo gap di fiducia verso la moneta unica? Cosa rispondi a chi propone un referendum sull’uscita dall’euro?

Un referendum sull’euro sarebbe un referendum sull’UE. Questo dev’essere chiaro. Non si può separare l’Unione monetaria dal resto. L’euro non nasce per caso, ma per preservare i progressi fatti fino a quel momento nell’integrazione delle economie europee, a partire dal Mercato comune, che ha regalato tanti punti di PIL a tutti i paesi membri accompagnando e rendendo possibili gli anni del boom economico. Se crollasse l’euro crollerebbe il Mercato comune, si tornerebbe a un quadro di protezionismo e guerre valutarie e la prospettiva dell’unità europea tramonterebbe definitivamente. Chi spara contro l’euro dovrebbe pensarci bene. È una bella responsabilità. Non mi stancherò di ripetere che l’euro è un falso problema. Il problema vero è l’assenza di una politica economica comune in Europa e delle risorse per attuarla. Negli Stati Uniti il dollaro non è un problema perché ci sono una politica economica e un bilancio federali. Dobbiamo dare le stesse cose all’Europa, a partire dall’Eurozona. La buona notizia è che i governi di Germania e Francia si stanno già muovendo in questa direzione. Speriamo che il governo italiano sappia dare il suo contributo.

Nel libro auspichi che il prossimo Parlamento europeo possa avere il compito di redigere una «costituzione che disegni l’architettura di uno Stato federale europeo». Ma non c’è il rischio che questo nuovo tentativo vada a infrangersi contro la volontà popolare come è accaduto nel 2005 in Francia e Olanda?

È un rischio che la democrazia europea dovrà correre, se è vero (ed è vero) che non si può fondare una nuova realtà statuale senza il coinvolgimento più o meno diretto dei cittadini. Con i referendum del 2005 non furono bocciati gli Stati Uniti d’Europa, ma un trattato che, pur riformandolo, manteneva integro l’assetto intergovernativo dell’Unione. Inoltre, nessuno si preoccupò di spiegare i vantaggi che sarebbero derivati ai cittadini da un’Europa federale, perché i governi erano i primi a non volerla. Che i cittadini europei siano contrari agli Stati Uniti d’Europa è semplicemente falso. L’ultimo Eurobarometro della Commissione, che risale all’autunno scorso, registra una maggioranza relativa a favore del progetto federale, nonostante la cattiva prova che l’UE ha dato di sé nella gestione della crisi economica. Se i governi europei si decidessero a presentare un vero progetto di federazione avrebbero con sé la maggioranza dei cittadini.

Da più parti in Europa si pone il problema della permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea. Secondo alcuni rappresenta una «zavorra», secondo altri non è immaginabile un’Europa unita senza questo paese. Gli Stati Uniti d’Europa sono compatibili con una Gran Bretagna che, stando ai sondaggi, è sempre più euroscettica?

Il problema c’è (la Gran Bretagna ha sempre frenato l’integrazione politica nell’UE) ma si risolve se l’approfondimento dell’integrazione procede “con chi ci sta”. Quando l’Eurozona si deciderà a dotarsi di istituzioni federali, finalmente in Europa avremo un governo europeo che né la Gran Bretagna, né altri Stati tendenzialmente euroscettici potranno boicottare; dopo di che saranno liberi di entrarci, se e quando vorranno. L’integrazione europea ha sempre proceduto con avanguardie di Stati: dalla sua nascita, con i sei Paesi della CECA, fino all’euro. L’importante è che chi lo desidera possa andare avanti e chi non lo vuole possa rimanere indietro. È la strada del buon senso.

Per la prima volta conosciamo i nomi dei candidati alla presidenza della Commissione europea dei principali partiti europei. Ritieni possibile che il Consiglio europeo possa proporre al Parlamento un nome diverso da quelli in campo? E quali sarebbero le ripercussioni sulla credibilità delle istituzioni europee se ciò avvenisse?

Se il Consiglio europeo imponesse alla Commissione un presidente politicamente neutro (circola già il nome di Christine Lagarde) si aprirebbe uno scenario inquietante, ma anche interessante. Sarebbe uno schiaffo per il Parlamento europeo, ma gli darebbe anche l’occasione per ribellarsi al Consiglio e porre quella che è forse oggi la questione più grave in Europa: l’anomalia di un parlamento eletto dai cittadini a cui non viene riconosciuta la piena sovranità, e che anzi è costantemente mortificato dai governi attraverso la supremazia del Consiglio. Dopo il grande tentativo di Altiero Spinelli negli anni Ottanta, sarebbe la grande occasione per la democrazia europea di alzare la testa e affermarsi. Spesso ci vuole un conflitto per muovere la palude. Se il PE sapesse dare di sé questa prova necessaria, i cittadini europei tornerebbero a guardare all’Europa come al loro futuro. Ma bisogna che gli eurodeputati abbiano l’audacia di una contrapposizione clamorosa, che provochi un cortocircuito istituzionale e uno shock politico. Allora forse l’Europa si risveglierebbe e tutto si rimetterebbe in moto. Bisogna spezzare l’incantesimo.

@StefanoSavella

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