Meglio uniti o divisi? La sinistra e il voto del 2019

    Gen 21st, 2019
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    Íñigo Errejón

    Il listone per le europee patrocinato da Carlo Calenda, il rischio scissione dentro Podemos: come si muove la sinistra in Italia e in Spagna verso il voto del 2019?

    In Italia

    La riflessione parte dall’Italia, e dal manifesto proposto dall’ex ministro Carlo Calenda per una lista unitaria di centro-sinistra verso le elezioni europee. L’idea era nell’aria da tempo, e Calenda è effettivamente riuscito a far confluire, tra i primi firmatari, personalità molto diverse: dall’industriale Alberto Bombassei allo storico e studioso del marxismo Beppe Vacca, passando per sindaci di diversa provenienza, da Carlo Salvemini a Claudio Nardella.

    Nome della lista e simbolo non saranno pronti prima di metà marzo, e ci saranno dunque circa due mesi per proporre questa alternativa agli elettori prima del voto per le europee. Ma il vero dubbio riguarda i confini che questa lista dovrà avere. Se, cioè, riuscirà a convincere Più Europa a confluire in questo progetto, evitando di disperdere consensi che potrebbero non essere sufficienti a superare lo sbarramento del 4%; e al tempo stesso a tenere dentro sigle di sinistra come Articolo 1 di Pier Luigi Bersani, Futura di Laura Boldrini e Possibile di Pippo Civati. Senza dimenticare i Verdi e Italia in comune di Federico Pizzarotti.

    Il vantaggio di questo progetto è puntare a un risultato significativo, che possa avvicinarsi a quota 30%. E anche quello di formare liste competitive, in cui ogni sigla possa presentare candidati di punta che possano ottenere un alto numero di preferenze personali. Appare invece improbabile, come suggerito da Enrico Letta, che questo tentativo possa avere l’effetto di “unire i populisti”. Almeno non in Italia, dove non ci sono (per il momento) le condizioni per una lista unitaria tra Lega e Movimento 5 Stelle. E un’eventuale alleanza elettorale tra Lega e Fratelli d’Italia, se ci sarà, sarebbe in campo a prescindere dal listone di centro-sinistra.

    La questione politica più delicata (ma forse non così appassionante per l’elettore medio) sarà invece la collocazione degli eletti di questo listone a Strasburgo. Giacché, se una gran parte di essi aderirà al gruppo dei Socialisti e Democratici, altri potrebbero aderire a quello dei liberal-democratici (soprattutto se Più Europa sarà della partita e se riuscirà a eleggere qualcuno dei suoi).

    In Spagna

    Se in Italia è dunque di gran lunga preferibile un’aggregazione delle forze di centro-sinistra, in Spagna la sinistra sembra muoversi in direzione contraria. Appena quattro mesi prima del voto di maggio (che in Spagna interesserà anche assemblee municipali e regioni), Podemos rischia una scissione sanguinosa i cui effetti potrebbero estendersi a tutto il campo del centro-sinistra. Minacciando anche il futuro del governo del socialista Pedro Sanchez.

    Pochi giorni fa il partito di Pablo Iglesias ha infatti annunciato l’espulsione del suo ex numero due, Íñigo Errejón. Quest’ultimo, a differenza di quanto concordato dalla leadership del suo partito, ha infatti stretto un accordo con Manuela Carmena, sindaca di Madrid sostenuta dal centro-sinistra e promotrice della lista civica di sinistra Mas Madrid in vista delle elezioni amministrative di maggio. In base all’accordo, Errejón sosterrebbe alle elezioni municipali la lista di Carmena, anziché quella di Podemos, mentre lui avrebbe l’appoggio di Mas Madrid per la sua candidatura a presidente della Regione autonoma di Madrid (oggi governata dal Partito popolare).

    Il risultato è quello che un’osservatrice ha definito «un’arma di autodistruzione di massa». Perché, come in un effetto a catena, anche Izquierda Unida, la formazione storica della sinistra spagnola, ha dichiarato di non sentirsi più obbligata all’alleanza elettorale con Podemos in caso di scissione. Aumentando dunque la frammentazione in un momento in cui il partito socialista continua a tenere bene nei sondaggi, riducendo lo spazio elettorale alla sua sinistra.

    Alle elezioni regionali la soglia di sbarramento è il 5%: apparentemente facile da superare se Podemos e Mas Madrid dovessero dividersi equamente i voti di sinistra. Il problema è però un altro: presentarsi divisi aumenta o riduce l’attrattività verso l’elettorato? Qualcuno, nella sinistra spagnola, sembra disposto a credere che dividersi possa rivelarsi positivo, quando si andranno a sommare i voti delle diverse liste di sinistra. E lo fa sventolando i risultati delle recenti elezioni regionali in Andalusia, dove la lista unitaria tra Podemos e Izquierda Unida non ha funzionato, nonostante (in quel caso) la crisi del partito socialista al governo della regione.

    A livello locale e regionale, non è escluso che quest’idea possa rivelarsi utile: si pensi all’utilizzo di “liste civiche” o di “liste del presidente” in Italia nelle elezioni amministrative o regionali. Ma il discorso è ben diverso per una competizione elettorale come quella delle europee. Specialmente in un contesto, come quello spagnolo, in cui l’estrema destra di Vox continua a crescere, e un’eventuale scissione a sinistra le consentirebbe di diventare addirittura il quarto partito del paese. E sarebbe ancor più grave in vista delle elezioni politiche in programma nel 2020: la legge elettorale spagnola favorisce infatti in misura considerevole i partiti maggiori. E una spaccatura così eclatante, come quella tra Iglesias e Errejón, renderebbe pressoché impossibile la riproposizione di un governo di centro-sinistra come quello attualmente in carica alla Moncloa.

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