Cinque cose da sapere per capire chi avrà vinto le elezioni europee

    Mag 21st, 2019
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    Dalle ore 23 di domenica 26 maggio, e nei giorni successivi, tutti diranno che i sovranisti e l’estrema destra hanno vinto le elezioni europee. È questa la narrazione che va avanti da anni, e non c’è motivo di dubitare che continuerà così. Ma per valutare l’esito delle elezioni europee è necessario uno sguardo più ampio, che non si limiti al contesto italiano e che analizzi il panorama politico a 360°. Il contesto europeo è ricco di sfide elettorali che potranno davvero indicare chi ha vinto e chi ha perso le elezioni del 23-26 maggio. Ecco quali sono quelle più importanti.

    La Polonia

    Cominciamo dall’Est, e da una sfida inedita. Il partito di governo in Polonia, la destra nazionalista di Diritto e Giustizia, gode ancora di grande consenso. Nonostante le leggi liberticide contro la magistratura, nonostante il conflitto con l’Europa, Jaroslaw Kaczynski continua a guidare il partito e, attraverso un uomo di fiducia, il paese. Contro Diritto e Giustizia, alle elezioni europee, si è formata una lista unitaria europeista che comprende il principale partito di centro-destra (quello del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk), il partito socialdemocratico, più varie sigle centriste e liberali, e i verdi.

    Insomma, a sfidarsi saranno due blocchi accreditati di oltre il 40% dei voti. La vittoria di uno dei due potrà essere portata a modello sia in patria, sia in Europa. È la battaglia simbolicamente più affascinante di queste elezioni europee.

    Gli elettori polacchi, peraltro, troveranno sulla scheda poche altre alternative: il partito populista di destra della rockstar Pawel Kukiz, alleato del Movimento 5 Stelle, o il nuovo movimento di sinistra di Robert Biedrón, sindaco gay di Slupsk. Ma anche la sinistra radicale (Razem) e l’estrema destra del sessista e omofobo eurodeputato uscente Korwin-Mikke.

    Il primo partito

    Ci sono pochi dubbi sul partito che avrà più voti in termini percentuali in tutta Europa. Come è già avvenuto nel 2014, Fidesz, il partito di Viktor Orbán, si appresta a superare nuovamente il 50% dei voti, mostrando un’egemonia nel proprio paese che nessun altro partito in Europa può vantare (considerando, peraltro, che una parte consistente dell’altro 50% dei voti è occupato da una formazione di estrema destra, Jobbik).

    Ma all’interno del Parlamento europeo un ruolo di prestigio è affidato non al partito che prende più voti in percentuale, ma a quello che riesce ad eleggere il maggior numero di rappresentanti (e che diventa quindi egemone all’interno del proprio gruppo, e non solo). Nel 2014, com’è noto, questo riconoscimento andò al PD, forte di 31 eurodeputati eletti, più di ogni altra formazione politica (e infatti poté ottenere la nomina del commissario agli Affari esteri e del capogruppo dei Socialisti e democratici). Nel 2019 in corsa per questo primato ci sono la Lega di Salvini, il Brexit Party di Farage, o la CDU/CSU tedesca (ma potrebbe inserirsi, nella sfida, il partito che vincerà in Polonia). Se la vittoria di Farage potrebbe rivelarsi poco più che simbolica (soprattutto se tra qualche mese la Brexit dovesse concretizzarsi), ben diverso sarebbe il clamore negli altri due casi. Con Salvini che consoliderebbe la leadership dei sovranisti europei, o viceversa con Manfred Weber che rafforzerebbe le sue possibilità di essere il prossimo presidente della Commissione europea.

    Il Regno Unito

    Non è ancora chiaro quale sarà il destino degli eurodeputati britannici dopo la Brexit, anche se con ogni probabilità dovranno dimettersi dal loro seggio. Ma il voto in Regno Unito per le elezioni europee sarà importante soprattutto nell’ipotesi di un secondo referendum, che potrebbe nuovamente cambiare il destino delle relazioni tra Regno Unito e UE.

    Non lasciatevi ingannare dalla vittoria (probabilmente assai larga) del Brexit Party di Nigel Farage. Per valutare correttamente il risultato elettorale in ottica Brexit bisognerà sommare, da una parte, le percentuali di Brexit Party e di ciò che resta dell’Ukip; e, dall’altra parte, i voti ottenuti dai partiti pro-Remain, che si presentano assai più divisi: liberal-democratici, verdi, Change UK, nazionalisti scozzesi e gallesi. Se la somma di questi ultimi sarà superiore al risultato dei due partiti pro-Leave, la vittoria di Farage sarà una vittoria di Pirro.

    In questo scenario, con gli elettori polarizzati esclusivamente sul Leave e il Remain, rischiano di diventare ininfluenti i due grandi partiti del paese, conservatori e laburisti; che però restano gli unici in grado di poter trovare una soluzione alla Brexit, grazie ai numeri di cui dispongono nel Parlamento britannico.

    I Verdi

    Avrebbero meritato almeno lo stesso spazio sui media che è stato dedicato, in questi mesi, al sovranismo europeo. Nonostante questo, i Verdi potrebbero riuscire a ottenere un risultato storico, tale da portarli a diventare l’ago della bilancia per gli equilibri nel prossimo Parlamento europeo. I Verdi tedeschi e quasi certamente quelli britannici otterranno il risultato più alto della loro storia per un’elezione europea. Se i primi arriveranno a ridosso del 20%, e se i secondi supereranno il 10%, il numero degli eletti vedrà certamente un balzo in avanti, e il partito a livello europeo potrà cantare vittoria.

    Miglioreranno rispetto al 2014 anche i verdi olandesi, belgi e finlandesi, che andranno a compensare il prevedibile calo dei verdi svedesi, in difficoltà soprattutto per questioni legate alla politica interna. Per quelli francesi, l’obiettivo è di avvicinarsi al 9% di cinque anni fa. Resta invece senza soluzione la pressoché totale assenza dei Verdi nel Sud e nell’Est Europa.

    La Francia

    Come in Polonia, anche la sfida francese sembra che si giocherà sul filo di pochi punti percentuali. Ma qui non ci saranno due blocchi monolitici a fronteggiarsi: anzi, la frammentazione del panorama politico francese è ulteriormente aumentata, sia a sinistra che a destra. Sulla scheda elettorale, i francesi troveranno 34 liste, un record. E il voto proporzionale (seppur con lo sbarramento del 5%) favorirà la divisione del voto su una molteplicità di liste.

    Nonostante questo, il partito che vincerà la competizione elettorale potrà cambiare lo scenario politico del paese per i prossimi mesi e anni. Emmanuel Macron ha bisogno che la sua lista unitaria Renaissance sia il primo partito per poter provare a rilanciare la sua popolarità in vista della seconda metà del suo mandato. Dall’altra parte, Marine Le Pen deve battere Macron per poter continuare ad accreditarsi come principale candidata dell’opposizione alle prossime presidenziali. In tal caso, Le Pen bisserebbe il successo del 2014, quando ottenne il 24,9% e 4,7 milioni di voti.

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