Boris Johnson verso la vittoria: cosa significa per il Regno Unito?

    Lug 14th, 2019
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    In un paese ancora diviso tra Leave e Remain, il principale partito britannico si gioca l’ultima carta in vista della scadenza del 31 ottobre: il No-Deal.

    Saranno resi noti il 23 luglio i risultati del voto tra gli iscritti del Partito conservatore britannico sul nuovo leader e prossimo primo ministro. Fin dalla vigilia, e nelle votazioni dei parlamentari che hanno selezionato i due contendenti, Boris Johnson è stato in largo vantaggio. L’ex sindaco di Londra appare sempre più lanciato verso l’ingresso a Downing Street al posto di Theresa May. Il suo messaggio (uscire dall’Unione Europea il 31 ottobre, a ogni costo) intercetta una larga fetta di iscritti al partito e di elettori: ma soltanto i primi, circa 160.000, hanno diritto al voto nella scelta del leader.

    Johnson sostiene che il timore del No-Deal porterà Bruxelles a offrire in extremis un accordo più vantaggioso per il Regno Unito rispetto a quello concordato da May, e poi bocciato a più riprese dal Parlamento britannico. L’Unione Europea ha negato questo scenario: benché il No-Deal sia destinato a colpire profondamente l’economia di alcuni Stati, come Irlanda e Paesi Bassi, a subire le conseguenze peggiori sarà, secondo vari studi indipendenti, la stessa Gran Bretagna. Alla quale spetta anche l’onere di trovare una soluzione alternativa per il backstop, il confine con l’Irlanda del Nord.

    La posizione di Johnson è, quindi, assai più difficile di quella rassicurante e ottimista che ha offerto in questa campagna elettorale per la leadership. Le incertezze sul sistema e sui tempi necessari per garantire il confine con l’Irlanda del Nord, lo scandalo del furioso litigio con la sua compagna Carrie Symonds, il mancato sostegno all’ambasciatore britannico a Washington nel corso dell’ultimo dibattito televisivo, sono tutti elementi che hanno indebolito la sua candidatura. Ma senza affossarla. Grazie all’appeal che continua a mantenere nell’elettorato conservatore, e grazie anche all’assenza di sfidanti in grado di competere seriamente con lui per carisma e soluzioni politiche alla Brexit.

    Dopo cinque votazioni dei parlamentari conservatori, a emergere come sfidante di Boris Johnson è stato il ministro degli Esteri Jeremy Hunt. Una figura più rassicurante e istituzionale, ma che non sembra in grado di infiammare l’elettorato del suo partito. E che, soprattutto, non ha chiarito come farebbe a ottenere dall’Unione Europea un accordo migliore di quello firmato da May. Il messaggio di Johnson è semplicistico, probabilmente si dimostrerà irrealizzabile, ma è chiaro; Hunt non ha saputo proporsi, invece, con una proposta politica alternativa e sufficientemente credibile.

    I sondaggi, oggi, dicono che un Partito conservatore guidato da Johnson sarebbe in grado di risalire nei sondaggi: ma soltanto se realizzasse la Brexit, anche a costo di un No-Deal. Eppure né Johnson né i suoi alleati né tantomeno i suoi elettori sembrano chiedersi cosa succederà al partito nell’eventualità di un No-Deal disastroso, che condurrebbe il Regno Unito a una drammatica crisi economica e alla perdita di numerosi posti di lavoro.

    Gli scenari più probabili, allora, sono due.

    Se Johnson condurrà in porto la Brexit attraverso il No-Deal, e se dovesse riuscire a convincere la Camera dei Comuni ad accettare questa soluzione (che i parlamentari hanno però già rigettato nel marzo scorso), dovrà misurarsi con la sfida di tenere uniti paese e partito in una tempesta che rischia seriamente di far naufragare molto presto la sua leadership e l’intero establishment conservatore.

    Se invece si arrivasse al No-Deal ma senza una maggioranza in Parlamento disposta ad accettarlo, si aprirebbe la strada ad elezioni anticipate: anche in questo caso, Johnson metterebbe sul piatto la sua leadership e il futuro del suo partito, giocandosi tutto il suo futuro politico. Più difficile, invece, che Johnson intenda proporre un nuovo referendum come quello del giugno 2016.

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