Settimana decisiva per il gruppo Farage-M5S

    Giu 16th, 2014
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    © European Union 2013 – European Parliament

    Il 24 giugno è alle porte e quella che si apre oggi sarà la settimana decisiva per la formazione dei gruppi al Parlamento europeo. E lo sarà soprattutto per Nigel Farage e per il suo gruppo EFD, che ad oggi conta su un numero ancora insufficiente di eurodeputati pronti ad aderirvi. Dopo il plebiscitario supporto dei votanti al referendum del Movimento 5 Stelle, tuttavia, le chances sembrano essere più alte: la presenza della forte pattuglia italiana rafforza numericamente il gruppo, e la sottoscrizione di una «loose association» tra Grillo e Farage potrebbe essere utile anche ad altri eurodeputati, magari unici rappresentanti di un partito nazionale, che volessero far parte di un gruppo evitando di finire tra i Non Iscritti.

    Al momento l’Ukip di Farage e il Movimento 5 Stelle possono contare, a meno di ripensamenti dell’ultima ora, su altri due eurodeputati di paesi diversi (dovranno essere, in tutto, sette i paesi di provenienza per la formazione del gruppo). Anzitutto c’è Bas Belder, unico rappresentante del partito calvinista olandese (SGP), che è alla sua quarta legislatura consecutiva a Strasburgo. Sessantasette anni, negli ultimi cinque anni è stato capodelegazione del Parlamento europeo per i rapporti con Israele. [AGGIORNAMENTO: Bas Belder ha dichiarato poco fa di voler aderire al gruppo ECR dei Conservatori: non va quindi considerato nel gruppo EFD di Nigel Farage]. Uno solo è anche l’eletto del partito dei cittadini liberi (Svobodní) della Repubblica Ceca. Il suo nome è Petr Mach, ha 39 anni e ha fondato questo partito dopo molti anni di militanza del partito civico democratico di centro-destra. Dopo il dottorato in economia all’Università di Praga è stato per quattro anni consulente esterno del presidente ceco Václav Klaus, anch’egli di centro-destra, attestandosi su posizioni sempre più liberiste ed euroscettiche, criticando la sottoscrizione del Trattato di Lisbona da parte del suo paese.

    All’appello mancano quindi deputati di almeno altri quattro paesi, e qui il braccio di ferro si giocherà nei prossimi giorni soprattutto con Marine Le Pen, anch’essa alle prese con la formalizzazione del proprio gruppo (è ferma infatti a cinque adesioni). Farage ha buone possibilità di ottenere l’adesione dei due deputati lituani di Ordine e Giustizia e degli altrettanti Democratici Svedesi: entrambi i partiti sono di destra e fino a poche settimane fa erano considerati a pieno titolo nel gruppo di Le Pen, ma se ne sono successivamente distanziati. La loro posizione è in bilico ma l’ago pende ora più a favore di Farage. Leader del partito lituano è Rolandas Paksas, eurodeputato uscente ed ex presidente della Repubblica del suo paese, prima che il Parlamento ne provocasse la decadenza accusandolo di aver violato la Costituzione concedendo la cittadinanza lituana a un finanziatore russo della sua campagna elettorale. Paksas ha pochi giorni fa confermato la sua adesione all’EFD di Farage. L’altro eletto di Ordine e Giustizia è Valentinas Mazuronis, 60 anni, ministro dell’Ambiente del suo paese fino a ieri, quando ha lasciato l’incarico, ma la sua situazione è più incerta: ha infatti posizioni assai più moderate di Paksas (che invece è euroscettico), non a caso è stato a capo di un dicastero importante in un governo di grande coalizione guidato dal socialdemocratico Algirdas Butkevičius. Secondo alcune fonti, Mazuronis potrebbe aderire al gruppo dell’ALDE.

    Anche i due eurodeputati svedesi erano considerati inizialmente nell’orbita di Marine Le Pen, ma un loro portavoce ha pochi giorni fa escluso l’ipotesi del loro ingresso nel gruppo della leader francese. Entrambi alla prima esperienza a Strasburgo, potrebbero accasarsi nel gruppo di Farage oppure nell’ECR dei conservatori inglesi, seguendo l’esempio degli omologhi finlandesi e danesi (che nella scorsa legislatura erano nell’EFD ma ora sono entrati nel gruppo guidato dai tories). Si tratta di Peter Lundgren, 51 anni, di professione autotrasportatore e consigliere comunale a Gnosjö, 9.600 abitanti a sud del paese; e di Kristina Winberg, 49 anni, ex agente di viaggio e poi infermiera, consigliera provinciale a Jönköping. In campagna elettorale, Winberg aveva detto di aver lavorato in Mozambico per l’agenzia di cooperazione internazionale del governo svedese (SIDA), ma pochi giorni fa un giornale svedese ha rivelato che non era vero.

    Ma anche se almeno uno dei due lituani e i due svedesi entrassero nell’EFD, sarebbe necessaria la presenza di un eurodeputato di altri due paesi. I quattro deputati polacchi del Congresso della Nuova Destra sembrano al momento più vicini al gruppo di Marine Le Pen, e la loro netta collocazione ideologica presenterebbe qualche problema in più ai cinquestelle. Ma a Farage non restano molte altre alternative. Il Die Partei tedesco guidato dal comico Martin Sonneborn appare più che altro una mina vagante ed è assai probabile che resti nel gruppo misto: «Cercheremo di far sì che ci sia ogni mese una dimissione affinché i 60 membri del partito possano entrare nel Parlamento Ue – ha affermato il suo leader -. Spremeremo la Ue come un piccolo Stato del Sud dell’Europa», non esattamente una dichiarazione accondiscendente verso un gruppo con 17 eurodeputati italiani. Se anche la soluzione tedesca dovesse tramontare, a Farage resterebbe quella di trattare con singoli eurodeputati, provando a intercettare anche soltanto un singolo fuoriuscito da altri partiti (magari qualche ex aderente al suo gruppo che non voglia passare con i Conservatori o con Marine Le Pen). La formula della «loose association», o magari l’offerta di un incarico di rilievo all’interno del gruppo, potrebbe risultare vincente.

    C’è però da fare un’ultima osservazione. L’alleanza con Farage è stata voluta e sponsorizzata da Beppe Grillo in persona già pochissimi giorni dopo le elezioni. Ma chi, anche tra i militanti e gli stessi parlamentari cinquestelle, se ne è lamentato, avrebbe dovuto pretendere che la questione delle alleanze in Europa fosse posta durante la campagna elettorale, e non alla sua conclusione. Se ve ne fosse stata la volontà (e a questo punto è lecito dubitarne), si sarebbe compreso che nel nuovo Parlamento europeo avrebbero trovato posto forze politiche giovani, su una piattaforma anti-establishment ma anche ambientalista e solidale che era certamente più in linea con il programma del Movimento. Già all’inizio di maggio si sarebbero potuti stringere contatti informali con movimenti di questo tipo: Podemos in Spagna, gli Elettori liberi in Germania, To Potami in Grecia, “La politica può essere diversa” in Ungheria, “Io ci credo” in Slovenia: tutti movimenti nuovi, poco o per nulla ideologizzati, anti-casta, e ora aderenti prevalentemente a gruppi di centro-sinistra (dal GUE ai Verdi: qui l’elenco completo dei nuovi partiti entrati a Strasburgo). Un gruppo insieme a loro sarebbe stata la casa perfetta per gli eurodeputati cinquestelle: ma si è preferito rinviare tutto a dopo le elezioni, peraltro volando il prima possibile a stringere la mano a Nigel Farage. Certo, in un gruppo diverso sarebbe stata assai meno accentuata la componente euroscettica: ma d’altronde nel libro Vinciamo Noi, manifesto politico del M5S per le elezioni europee (prefazione di Grillo e Casaleggio, edito da Chiarelettere), era scritto: «Il Movimento 5 Stelle può definirsi un’organizzazione politica fortemente europeista: pratica l’accoglienza a 360 gradi; non contempla nessuna forma di discriminazione». Difficile leggere in queste parole una descrizione dei suoi prossimi alleati europei.

    @StefanoSavella

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