Riforme costituzionali e tagliola: il precedente del 2004

    Lug 24th, 2014
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    La decisione da parte della conferenza dei capigruppo del Senato di applicare il contingentamento dei tempi per l’approvazione in prima lettura della riforma costituzionale è stata accolta con le veementi proteste, in aula e all’esterno del Quirinale, da parte di tutti i gruppi di opposizione, da Sel alla Lega, dal Movimento 5 Stelle ai dissidenti di Pd e Forza Italia. Tra urla, metafore azzardate e abbandoni dell’aula, ci si è dimenticati però che esattamente dieci anni fa, quando il centro-destra (a maggioranza semplice, senza accordo con l’opposizione) stava per approvare la riforma costituzionale sulla cosiddetta devolution, fu applicata la stessa misura del contingentamento dei tempi. Ma senza alcun clamore.

    Su «La Stampa» del 12 marzo 2004, infatti, un articolo di Antonella Rampino che riportava la decisione del contingentamento dei tempi appariva a pagina 16, non tra le notizie più importanti del giorno. Vero è che si trattava del giorno successivo agli attacchi terroristici di Madrid e al grave malore che colpì Umberto Bossi. Ma la notizia del contingentamento finiva addirittura dietro quella della proposta di un congresso straordinario della Margherita lanciata dall’allora presidente del partito Francesco Rutelli, e al fianco di una dichiarazione di Emma Bonino sulle quote rosa: non esattamente due notizie più importanti di quello che oggi viene definito un “colpo di Stato”. Il titolo dell’articolo di Rampino dava inoltre rilievo ai «dubbi dei Governatori» sul «Senato federale» (oggetto di quella riforma costituzionale), e solo all’interno si poteva leggere che «è stato ufficialmente annunciato il ricorso al contingentamento dei tempi nell’esame della riforma costituzionale, in modo da vararla per il 25 marzo». Malgrado il presidente del Senato, Marcello Pera, avesse «invitato a prendere in considerazione tempi più distesi», «i capigruppo del centrodestra Schifani, Nania e Calderoli hanno imposto la strozzatura dei tempi. Il regolamento di Palazzo Madama, che la maggioranza sta meditando di far adottare anche alla Camera, mette il presidente del Senato in condizione di dover semplicemente prendere atto della decisione dei capigruppo». Proprio Roberto Calderoli è invece oggi intervenuto in Senato per stigmatizzare l’annuncio del contingentamento dei tempi. L’opposizione di centrosinistra, invece, si limitava nel 2004 a prendere atto della chiusura del confronto sulla riforma. La frase più significativa fu pronunciata dal capogruppo dei Democratici di Sinistra, Gavino Angius: «C’è una maggioranza a pezzi che vuol fare a pezzi l’Italia, noi la contrasteremo nel Paese e in Senato». Parole forti, ma nessun colpo di Stato, nessun attentato alla democrazia. Nel dibattito in aula, il capogruppo di Forza Italia Schifani ricordava comunque al centrosinistra che per la riforma del 2001 sul Titolo V si era «discusso per poco più di 30 ore», mentre per la devolution «noi abbiamo già superato le 60».

    Il taglio dato alla notizia su «Repubblica» non fu troppo diverso. Nel pezzo di Silvio Buzzanca si legge infatti che «La Casa della Libertà, invece di fermarsi a riflettere ancora, come gli chiede il presidente del Senato Marcello Pera, rompe gli indugi e contingenta i tempi della discussione sulle riforme costituzionali. Schifani, Nania, Moro e D’ Onofrio, nella veste di capogruppo, hanno deciso che si potrà discutere al massimo altre trenta ore. Hanno deciso che il 25 marzo ci deve essere il voto finale del Senato per rispettare le tabelle di marcia che hanno imposto i leghisti minacciando la crisi di governo». Anche nel seguito si dava però spazio soprattutto alle richieste di modifica proposte dai presidenti di regione. E nemmeno in questo pezzo si utilizzavano le parole «tagliola» o «ghigliottina».

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