La nuova Newsletter di Votofinish

By admin
In Analisi
nov 19th, 2016
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La Newsletter di Votofinish cambia forma. L’idea non è soltanto quella di fornire un riassunto delle notizie della settimana e di anticipare gli scenari per gli appuntamenti elettorali più vicini. Ma è anche quella di elaborare un discorso più unitario, in un contesto politico europeo sempre più fluido e interconnesso. Iscriversi alla nuova Newsletter di Votofinish è semplicissimo. Qui di seguito riporto il testo della prima e-mail inviata a chi era già iscritto.

Rumen Radev

Rumen Radev

Quest’uomo probabilmente è sconosciuto ai più, e altrettanto probabilmente lo resterà a lungo. Eppure lunedì non poche cronache giornalistiche lo hanno consacrato come una nuova pedina conquistata da Vladimir Putin sullo scacchiere geopolitico internazionale. E non era trascorsa nemmeno una settimana dalla vittoria di Donald Trump negli Usa.

Le elezioni presidenziali in Bulgaria e Moldova

Quest’uomo è Rumen Radev, ed è il nuovo presidente della Repubblica in Bulgaria, dopo la vittoria al ballottaggio delle elezioni presidenziali a suffragio universale contro Tsetska Tsacheva, la presidente dell’Assemblea Nazionale (il Parlamento bulgaro). Radev era un candidato indipendente, è un ex generale dell’aeronautica, ha studiato negli Stati Uniti. E ha ricevuto il sostegno del Partito socialista bulgaro (BSP), il cui esponente più importante è Sergej Stanishev, premier negli anni dell’ingresso della Bulgaria nell’Unione europea. Cosa lega, allora, Radev alla Russia di Putin? Molto meno di ciò che i giornali hanno scritto. In campagna elettorale Radev ha confermato l’impegno della Bulgaria nella Nato, ad esempio. E la sua vicepresidente, Iliana Yotova, è un’eurodeputata del Partito socialista europeo, dunque fa parte della coalizione europeista che è in maggioranza al Parlamento di Strasburgo. Certo, Radev ha dichiarato che andrebbero riconsiderate le sanzioni economiche contro la Russia per via della guerra in Ucraina; ma anche altri governi europei, con più o meno cautela, si sono espressi in questo senso nei mesi scorsi.

Radev, inoltre, è stato eletto presidente della Repubblica. E il presidente della Repubblica, come nella gran parte delle democrazie parlamentari in Europa, ha poteri piuttosto ridotti (non tali, in ogni caso, da intervenire sulle sanzioni alla Russia). Nello stesso giorno dell’elezione di Radev, anche in Moldova è stato eletto un nuovo presidente della Repubblica. Si chiama Igor Dodon, ed è il leader del Partito socialista moldavo, anch’esso all’opposizione come quello bulgaro. Anche Dodon è stato indicato come un alfiere di Putin, stavolta con qualche ragione in più. In campagna elettorale è stata duro nei confronti dell’Europa, e ha promesso che farà la sua prima visita di Stato a Mosca. Ma va detto che in Moldova al governo c’è una coalizione europeista, quindi la sua retorica anti-europea era legata soprattutto al suo ruolo di leader dell’opposizione. E oltretutto c’è chi crede che, subito dopo Mosca, Dodon si recherà a Bruxelles, per avere conferma dei congrui contributi economici che l’Unione versa alla Moldova dopo la crisi finanziaria che ha colpito il paese nel 2014. Secondo l’«Economist», la retorica pro-russa in campagna elettorale nascondeva soltanto la volontà di mettere pressione all’Occidente, e non una reale volontà di abbattere i ponti con l’Unione europea. E comunque la decisione non spetterebbe al presidente della Repubblica, ma al governo (che resta europeista, nonostante le fibrillazioni che hanno portato alla nomina di tre diversi primi ministri nei primi due anni della legislatura).

Il racconto di una nuova ondata filo-russa in Europa va quindi rivisto: ed è probabile che né Moldova né soprattutto Bulgaria sposteranno i propri equilibri in direzione di Mosca, almeno nel breve termine. Ciò potrebbe invece avvenire se il debole governo moldavo dovesse cadere nuovamente, portando a elezioni anticipate che i partiti filo-russi potrebbero stavolta vincere; e se in Bulgaria la crisi politica dovesse portare a uno stravolgimento degli assetti parlamentari. Fin dalla sera stessa di domenica, con la vittoria di Radev alle presidenziali, il premier bulgaro Boyko Borisov, leader del principale partito di centro-destra (GERB), ha annunciato le proprie dimissioni. Queste dimissioni, ufficialmente legate alla sconfitta di Tsacheva alle elezioni presidenziali, erano tuttavia già nell’aria da tempo, dopo che si era ulteriormente assottigliata negli ultimi mesi la sua maggioranza in Parlamento. Un Parlamento mai così frammentato, che ha penalizzato fin dall’inizio della legislatura, nel 2014, l’attività di governo: è perciò probabile che Borisov abbia visto nel ritorno alle urne l’unica soluzione per superare lo stallo. Sarebbero però le terze elezioni in meno di quattro anni, quelle che potrebbero svolgersi nei primi mesi del 2017: segnale di un paese ancora lontano dalla stabilità, diviso tra l’appartenenza all’Europa, l’influenza della Russia e la crescita dei partiti nazionalisti.

Prossima fermata: Parigi

E a proposito di partiti nazionalisti: domani si compie in Francia un passo importante in direzione delle elezioni presidenziali della primavera del 2017, con Marine Le Pen che attende ormai da tempo di sapere quali saranno i suoi avversari. I Repubblicani, vale a dire il principale partito di centro-destra francese, tengono infatti il primo turno delle primarie per la scelta del loro candidato presidente. A meno di enormi sorprese, non ci sarà un vincitore, e sarà necessario il ballottaggio previsto per domenica 27 novembre. I principali competitor sono due: Alain Juppé, ex primo ministro dal 1995 al 1997 sotto la prima presidenza Chirac, e Nicolas Sarkozy, presidente francese dal 2007 al 2012 e attuale leader del partito. I due si danno battaglia da molti mesi: Juppé è tra i due il candidato più moderato, attento soprattutto alle misure economiche, mentre Sarkozy ha accentuato la retorica nazionalista e mette al primo posto la sicurezza e le politiche sull’immigrazione. Fino a pochi giorni fa, sembrava scontato che il ballottaggio sarebbe stato tra di loro; Juppé, peraltro, può contare su sondaggi che lo vedono favorito su Marine Le Pen in un ipotetico secondo turno delle presidenziali. Gli ultimi sondaggi sulle primarie dei Repubblicani mostrano invece la repentina crescita di uno degli altri cinque candidati: François Fillon, primo ministro durante la presidenza Sarkozy, che propone soluzioni economiche di stampo più conservatore rispetto a quelle di Juppé. Quella che appariva una sfida a due, è quindi diventata a tre: e potrebbe riservare sorprese.

Per chi conosce il francese, ecco i momenti salienti del primo dei dibattiti televisivi tra i candidati alle primarie dei Repubblicani

[Per chi invece abbia smesso di credere ai sondaggi dopo la vittoria di Trump, consiglio questo post di YouTrend, che mostra come i sondaggi a livello nazionale per le elezioni americane non siano poi andati così lontani dalla realtà]

Dalla Francia è arrivata intanto questa settimana una notizia attesa da tempo: Emmanuel Macron, trentottenne ex ministro delle Finanze del governo socialista, ha annunciato la propria candidatura da indipendente con il suo movimento En Marche. La sua piattaforma politica è social-liberale ed europeista (è stata definita anche blairiana). E proprio per questo molti esponenti del Partito socialista hanno criticato la sua scelta di presentarsi alle elezioni, perché rischia di indebolire ulteriormente le possibilità che il loro candidato (che sia Hollande o no) arrivi al ballottaggio. Tuttavia, a parte qualche sondaggio sul gradimento personale, è ancora troppo presto per giudicare il potenziale elettorale della candidatura di Macron.

Novità dalla Germania

Anche in Germania si vota nel 2017, e qualcosa inizia a muoversi anche qui. In settimana, intanto, CDU e SPD hanno trovato l’accordo per eleggere il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier, socialdemocratico, alla presidenza della Repubblica a febbraio. Per la sua successione, il nome in cima alla lista del segretario della SPD Sigmar Gabriel è quello del presidente del Parlamento europeo Martin Schulz. Ma quest’ultimo sembra voler giocarsi tutte le chance per restare a Strasburgo fino al 2019, conservando la carica di presidente del Parlamento. Il Partito popolare europeo (che a Strasburgo è guidato da un altro tedesco, Manfred Weber) chiede a sua volta di avere un proprio rappresentante per quella carica per i prossimi due anni e mezzo. A gennaio gli eurodeputati si esprimeranno sul nuovo presidente del Parlamento, e se Schulz dovesse uscire sconfitto diventerà a quel punto molto più probabile un suo ritorno a Berlino come ministro degli Esteri.

Ma c’è un’altra notizia, attesa da tempo, che arriverà molto probabilmente domani sera: Angela Merkel ha infatti convocato per domani sera una conferenza stampa in cui dovrebbe annunciare la sua ricandidatura per un quarto mandato da cancelliere. Nonostante i rapporti con gli alleati bavaresi della CSU non siano mai stati così tesi come nell’ultimo anno, Merkel non ha avversari interni che possano sostituirla. Del resto la CDU, sotto la sua guida, resta saldamente il primo partito del paese, malgrado la crescita a destra del partito euroscettico Alternativa per la Germania.

Calendario elettorale
20 e 27 novembre: Francia – primarie del centro-destra
1 dicembre: Regno Unito – elezione suppletiva per il seggio di Richmond Park
4 dicembre: Italia – referendum costituzionale
4 dicembre: Austria – ballottaggio elezioni presidenziali
11 dicembre: Romania – elezioni politiche

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