Regno Unito: la lunga campagna elettorale verso l’8 giugno

By admin
In Analisi
apr 23rd, 2017
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Dell’ipotesi di elezioni anticipate in Regno Unito si parlava da tempo tra gli addetti ai lavori. In particolare, il 20 marzo scorso un tweet di Tamara Cohen, corrispondente da Westminster di Sky News, dava notizia di riunioni riservate nell’entourage del Partito conservatore per scegliere la data del 4 maggio. Poi sono arrivate le smentite di Downing Street e, soprattutto, l’attentato di Londra del 22 marzo. La finestra elettorale del 4 maggio (quando in Regno Unito si voterà anche per le elezioni amministrative) si è quindi chiusa all’improvviso, ma non definitivamente. Il sondaggio che a Pasquetta ha dato il Partito conservatore avanti di ben 21 punti sul Partito laburista ha infatti nuovamente aperto la possibilità, per la premier Theresa May, di cogliere al tempo stesso un mandato popolare per il proprio governo e di rafforzare ulteriormente la sua maggioranza alla Camera dei Comuni in vista delle trattative sulla Brexit.

Per la verità, finora il Partito conservatore ha retto bene a Westminster, e non avrebbe realmente bisogno di un ulteriore ampliamento dei numeri della sua maggioranza. I tories sono in gran parte coesi, i contrari alla Brexit si sono defilati o hanno abbandonato la politica (come ha già fatto David Cameron e come farà George Osborne). Ma l’occasione di vincere largamente le elezioni anticipate e di arrivare dunque, con una ampia maggioranza, fino alla primavera del 2022 è sembrata troppo ghiotta. D’altra parte, i singoli deputati conservatori già in carica hanno larghe chance di riconquistare il mandato, dovendo temere una concorrenza assai più debole dall’Ukip rispetto al 2015. E molti altri esponenti locali del partito vedono queste elezioni come un’opportunità più unica che rara di entrare a Westminster.
Tutto lascerebbe credere, dunque, che Theresa May abbia tutto da guadagnare e nulla da perdere dal voto del prossimo 8 giugno. Tanto che può permettersi di dichiarare che non parteciperà ai dibattiti televisivi pre-elettorali, rischiando il boomerang della sedia vuota. Ma è proprio così?

Proprio perché i Conservatori sono già in possesso di una maggioranza autosufficiente alla Camera dei Comuni, e dato che ogni campagna elettorale possiede un certo grado di imprevedibilità, si potrebbe anche capovolgere la prospettiva, e pensare che Theresa May abbia tutto da perdere dal voto anticipato. Certo, l’opposizione è spaccata: il leader laburista Jeremy Corbyn ha subito sgombrato il campo dall’ipotesi di un’alleanza post-voto con gli indipendentisti scozzesi (questione che penalizzò Ed Miliband nella campagna elettorale del 2015), rinunciando in tal modo ad ogni seria possibilità di ottenere una maggioranza alla Camera dei Comuni. E i Liberal-democratici di Tim Farron dal canto loro, pur se in ripresa rispetto al tracollo del 2015, faticheranno a riconquistare quel ruolo di ago della bilancia che hanno avuto nel governo Cameron tra il 2010 e il 2015.

Eppure qualcosa può accadere. Può accadere, ad esempio, ciò che è stato chiesto nei giorni scorsi da quella parte di società civile che si è più impegnata per evitare la Brexit (prima fra tutte Gina Miller, l’imprenditrice che nei mesi scorsi ha vinto il ricorso contro il governo all’Alta Corte di Londra per chiedere che anche il Parlamento si esprimesse sulla Brexit). In Regno Unito, infatti, tutti i deputati vengono eletti in collegi uninominali, cosicché Miller e altri hanno lanciato una campagna nazionale per il “voto tattico“. In cosa consiste? Semplice: identificare in ogni collegio il candidato anti-Brexit con più possibilità di vittoria, che sia esso laburista, liberal-democratico o indipendista scozzese. E far convergere su di esso i voti che, se venissero dispersi verso altri candidati pro-europei, faciliterebbero la vittoria del candidato conservatore. In pratica, l’intenzione dei proponenti è di rendere ogni voto di collegio un piccolo referendum sulla Brexit, concentrando gli sforzi per far perdere il candidato conservatore, come è avvenuto a dicembre nell’elezione suppletiva a Richmond Park. Con un’espressione italiana, potremmo definirlo un patto di desistenza tra forze politiche unite contro un comune nemico. Ci proveranno, ma non sarà facile: quanti elettori lib-dem, in nome dell’europeismo, decideranno di votare un candidato laburista magari fedelissimo di Corbyn, quindi promotore di ricette di politica economica assai distanti dalle proprie?

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