Elezioni in Regno Unito, i conservatori perdono la maggioranza

By admin
In Elezioni nazionali
giu 9th, 2017
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(Photo by Carl Court/Getty Images)

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Un voto sorprendente, che riporta il Regno Unito nell’incertezza di un anno fa, dopo il voto che condusse alla Brexit. Contro la grande maggioranza delle previsioni, il partito conservatore ha perso la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei Comuni, fermandosi a 318 seggi, otto in meno di quanti ne sarebbero stati necessari, e quattordici in meno rispetto all’ultima legislatura. Si è verificato nel 2017 l’esito che appariva più probabile (ma che non avvenne) alle elezioni generali del 2015: un “hung Parliament“, un Parlamento bloccato. Non è stata una rivincita del Remain dopo la Brexit (anche se adesso sarà assai più difficile il cammino di una hard Brexit nei negoziati con Bruxelles); è stato invece un referendum sulla premier Theresa May, che nelle ultime settimane di campagna elettorale ha visto crollare il consenso nei suoi confronti (per ragioni non necessariamente legate agli attentati terroristici di Manchester e Londra).

Conservatori – Fino a ieri la gran parte dei sondaggi pronosticava una larga maggioranza in Parlamento a suo sostegno; oggi invece Theresa May ha dovuto affrontare lo stato maggiore del suo partito che in parte ha chiesto le sue dimissioni, dopo aver condotto una campagna elettorale fallimentare, convocata per rafforzare la propria posizione e terminata senza la maggioranza assoluta dei seggi. La premier ha potuto però appellarsi a due fattori che la tengono ancora in campo: i conservatori possono continuare a governare grazie all’intesa con il DUP, il partito unionista nord-irlandese che fornirà il suo appoggio esterno (si tratterebbe di una maggioranza di soli tre seggi, anche se la soglia della maggioranza assoluta potrebbe scendere a 323, anziché 326, perché come da tradizione i nord-irlandesi del Sinn Fein dovrebbero rinunciare a occupare i propri scranni alla Camera dei Comuni). Il secondo fattore positivo è che il partito conservatore è cresciuto di circa il 6% considerando i voti assoluti nel paese, anche se questo conta poco nel sistema elettorale britannico. Non è prevalsa, almeno per il momento, la corrente che chiedeva le sue dimissioni. Ma se l’alleanza tra conservatori e DUP dovesse rivelarsi fragile, in pole position, per prendere il posto della premier uscente, potrebbe esserci la ministra dell’Interno Amber Rudd (che ha mantenuto il proprio seggio in Parlamento per soli 300 voti di margine nel suo collegio), mentre è in ascesa la stella di Anna Soubry, carismatica deputata conservatrice che era stata tra i più forti sostenitori del Remain nel referendum dello scorso anno sulla Brexit.

LaburistiJeremy Corbyn ha vinto la sua sfida, portando il Labour al miglior risultato elettorale dal 2001. Il 40,2% dei voti e una trentina di seggi in più rispetto a due anni fa: una dimostrazione di forza che trova le sue radici nella grande partecipazione dei giovani, superiore alle precedenti elezioni, che ha sostenuto in larghissima maggioranza il leader laburista. Ma c’è un altro aspetto che spiega l’ottimo risultato dei laburisti: il crollo del partito euroscettico dell’Ukip. A differenza delle previsioni della vigilia, a beneficiare della netta sconfitta del partito di Nigel Farage non è stato soltanto il partito conservatore, ma in buona misura anche il partito laburista. Ecco perché questo voto non è stato una replica del referendum sulla Brexit: non pochi elettori euroscettici hanno preferito la piattaforma anti-establishment di Corbyn, o comunque l’opposizione al governo in carica, anziché rafforzare Theresa May nelle trattative per la Brexit (che dovrebbero avere inizio tra pochi giorni). Corbyn è ora più che mai il leader indiscusso del Labour: ma nei singoli collegi sono stati rieletti anche deputati che hanno fin dall’inizio contrastato la sua leadership. Nella prospettiva di nuove elezioni entro la fine dell’anno, il partito laburista dovrà presentarsi come stabile forza di governo, e non sarà facile.

Partito nazionale scozzese – Dopo l’exploit delle elezioni generali del 2015, il Partito nazionale scozzese (SNP) perde ben 21 seggi a favore sia dei conservatori (+12 seggi) sia dei laburisti (+6 seggi) sia dei liberal-democratici (+3 seggi). Anche l’ex leader dell’SNP, Alex Salmond, e il capogruppo uscente alla Camera dei Comuni, Angus Robertson, hanno perso il proprio seggio a Westminster. La strada per un secondo referendum sull’indipendenza è ora assai più tortuosa. E nella prospettiva di nuove elezioni ravvicinate, il trend a favore dei partiti nazionali potrebbe ulteriormente rafforzarsi.

Liberal-democratici – Dodici i seggi conquistati dal partito europeista di Tim Farron: assai pochi rispetto a quanti se ne potevano prevedere all’inizio della campagna elettorale. L’elettorato pro-Remain, generalmente, ha preferito rivolgersi ai più competititivi candidati laburisti nei singoli collegi, invece di disperdere il proprio voto verso i lib-dem. Esce sconfitto nel proprio collegio anche Nick Clegg, ex leader del partito al tempo della coalizione di governo con David Cameron. Rientra invece a Westminster, dopo la sconfitta del 2015, Vince Cable, ex ministro del Commercio e dell’Industria.

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