A Strasburgo si vota la riforma elettorale europea

By admin
In Analisi
feb 4th, 2018
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La distribuzione dei seggi nel prossimo Parlamento Europeo (fonte: VoteWatch.eu)

La distribuzione dei seggi nel prossimo Parlamento Europeo (fonte: VoteWatch.eu)

Mercoledì arriverà al voto della plenaria del Parlamento europeo la bozza della riforma elettorale europea già approvata dalla Commissione affari costituzionali di Strasburgo. Potrebbe trattarsi di una riforma epocale, se non altro simbolicamente: ma sarà, come sempre, il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo all’unanimità ad avere l’ultima parola, e l’opposizione di alcuni Stati dell’Est rischia di ammorbidire la parte più rilevante del provvedimento.

A rendere necessaria e non più rinviabile una riforma elettorale per le elezioni del Parlamento europeo è stata la Brexit. Alle prossime elezioni europee della primavera 2019, infatti, non verranno assegnati al Regno Unito i 73 seggi che gli spettavano (su un totale di 751). Le prime opzioni sul tavolo riguardo al destino di questi seggi erano tre: una redistribuzione proporzionale tra tutti i 27 paesi membri rimasti nell’Unione Europea; una redistribuzione che tenesse conto della popolazione dei diversi paesi membri, andando a privilegiare quelli al momento sotto-rappresentati; la creazione di una nuova circoscrizione elettorale “pan-europea”, che comprenda cioè tutti i 27 paesi membri e con candidati di tutti i paesi. Quest’ultima rappresenta l’obiettivo più ambizioso della riforma: ogni elettore dovrebbe quindi esprimere due voti: uno per la circoscrizione in cui è residente (l’Italia ne ha cinque: Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Sud, Isole), e uno per questa nuova circoscrizione pan-europea, in cui potrebbe votare direttamente partiti europei e candidati di altri paesi.

Il dibattito, avviato fin dalle settimane successive al referendum sulla Brexit, ha prodotto la bozza che mercoledì sarà votata dagli eurodeputati e che è frutto di una mediazione: prevede infatti che 27 seggi saranno redistribuiti tra i 14 paesi attualmente sotto-rappresentati nella proporzione tra popolazione e numero di rappresentanti a Strasburgo (in particolare Italia, Spagna e Francia, che si dividerebbero 13 dei 27 seggi); e che gli altri 46 vengano “congelati” in vista della creazione di una circoscrizione pan-europea o di un futuro allargamento ad altri paesi membri nel corso del prossimo quinquennio 2019-2024 (Serbia e Montenegro in prima fila). Ma per consentire la formazione di liste pan-europee, e quindi dare all’elettore due schede su cui votare, sarebbe necessario modificare la legge elettorale per le elezioni europee in ognuno dei 27 paesi membri (e in Belgio, addirittura, anche nei parlamenti regionali). Un ostacolo, secondo alcuni osservatori, insuperabile, vista l’opposizione di alcuni governi e anche di gran parte del Partito popolare europeo.

Il voto della plenaria e la successiva approvazione finale da parte del Consiglio Europeo chiariranno gli equilibri definitivi sul destino dei seggi ex-UK. Ma un primo effetto già lo conosciamo: il Parlamento Europeo diventerà dalla prossima legislatura sempre più un Parlamento dell’Eurozona: con la fuoriuscita del Regno Unito e la redistribuzione che avvantaggerà Italia, Spagna e Francia, il numero dei parlamentari appartenenti a paesi fuori dalla zona euro calerà da più di un terzo a circa il 27% del totale dei deputati. Un riequilibrio che potrebbe facilitare la creazione di un bilancio unico della zona euro, anche se sarà l’esito delle prossime elezioni europee a chiarire i rapporti di forza tra partiti europeisti ed euroscettici.

Lo scenario politico europeo del 2019 sarà infatti notevolmente diverso da quello del 2014, e non solo per l’assenza degli eurodeputati del Regno Unito. Un buon risultato di La République en Marche, il movimento del presidente francese Emmanuel Macron, potrebbe dare la spinta a una nuova aggregazione centrista ed europeista all’interno del Parlamento Europeo, non necessariamente sovrapponibile all’attuale gruppo liberal-democratico (al cui interno si trovano, ad esempio, i liberali tedeschi dell’FDP, che anche sulle questioni europee hanno fatto cadere le trattative per la formazione di un governo in Germania). Una nuova aggregazione che potrebbe invece calamitare verso di sé partiti ed eletti di centro-sinistra, di fronte a un gruppo socialdemocratico a Strasburgo che rischia di essere fiaccato dall’assenza dei laburisti britannici e dal prevedibile crollo (rispetto al 2014) dei socialisti francesi, dei democratici italiani e dei socialdemocratici tedeschi. L’area euroscettica, da parte sua, cercherà di serrare i ranghi e presentarsi fin dalla campagna elettorale con un’aggregazione unitaria (diversamente da quanto accaduto nel 2014). Tuttavia Marine Le Pen non sarà in corsa per Strasburgo, e probabilmente neppure Matteo Salvini (se non “pro forma”), mentre Nigel Farage lascia il suo seggio per la Brexit: il gruppo di partiti euroscettici potrebbe quindi presentarsi senza un leader già affermato a livello europeo.

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