Modelli europei per la crisi politica in Italia

By admin
In Analisi
mar 13th, 2018
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Frank-Walter Steinmeier

Frank-Walter Steinmeier

Non sarà certamente eguagliato il record del Belgio, che tra il 2010 e il 2011 restò ben 541 giorni senza un governo. Ma la crisi politica aperta in Italia con il voto del 4 marzo sarà prevedibilmente molto lunga, e sarebbe quindi il caso di non farsi prendere dalla frenesia e di prepararsi a una lunga fase di incertezza. Del resto, è questo il destino occorso a molti paesi europei negli ultimi anni. Vediamo quattro esempi di come sono state gestite altrove crisi politiche post-elettorali simili a quella italiana. Simili, ma non identiche: perché le relazioni tra i diversi partiti, sia in campagna elettorale sia nel corso della consueta attività politica, quasi mai hanno raggiunto i livelli di ostilità verificatisi in Italia, soprattutto negli ultimi cinque anni.

Il governo per sfinimento

Partiamo dall’esempio più clamoroso, quello del Belgio, che ha qualcosa da insegnarci: le elezioni del 2010 furono infatti vinte da un nuovo partito, l’N-VA, nazionalista fiammingo, conservatore e “populista”, ed entrarono alla Camera altri dieci partiti: tutti, come l’N-VA, con meno del 20% dei consensi. Inizialmente sembrava naturale che un governo venisse formato dai due partiti più forti presenti in Parlamento, l’N-VA e il Partito socialista. Ma le distanze programmatiche tra i due partiti (riguardanti soprattutto l’autonomia fiscale da concedere alle Fiandre) vennero subito alla luce e provocarono, dopo tre mesi e mezzo di trattative, l’uscita dell’N-VA dai colloqui per la formazione del governo. Il re incaricò diverse personalità per mediare tra le forze politiche e trovare un punto d’incontro. Un anno dopo il voto, in piena crisi, si pensò addirittura di trovare un mediatore internazionale prima di abbandonare ogni speranza e tornare eventualmente alle urne. Servirono invece altri mesi prima di arrivare a un governo, guidato dal socialista Elio Di Rupo, comprendente sei partiti ma senza l’N-VA, cioè senza il primo partito del paese. Era il dicembre 2011, ed era quindi già trascorso un anno e mezzo di legislatura. Alle successive elezioni del 2014 l’N-VA è ulteriormente cresciuto, superando il 20%, mentre il partito di Di Rupo è sceso all’11%.

L’inversione a U

Molti invocano, per la crisi politica in corso in Italia, l’esempio recente della Germania, per giustificare la necessità di una grande coalizione. Va però segnalato che il nuovo governo di grande coalizione è nato in Germania pochi giorni fa dopo cinque mesi e mezzo di stallo. E le dichiarazioni pronunciate a caldo il giorno dopo il voto andavano in senso diametralmente opposto. «Il nostro obiettivo è assumere il ruolo di una forte opposizione in questo paese», dichiarò il leader dell’SPD Martin Schulz all’indomani delle elezioni del settembre 2017, rivendicando questa come una «scelta di responsabilità»: parole effettivamente identiche a quelle pronunciate in questi giorni dai dirigenti del Partito democratico in Italia. Ma in Germania, in quei giorni, tutti credevano che si sarebbe realizzato un accordo di coalizione tra la CDU di Angela Merkel, i liberali dell’FDP e i Verdi; tant’è che il leader dei Verdi Cem Özdemir già rilasciava dichiarazioni come ministro degli Esteri in pectore. È andata a finire come sappiamo: l’FDP, dopo due mesi di trattative, si è tirata fuori, e la moral suasion del presidente della Repubblica (e socialdemocratico) Frank-Walter Steinmeier nei confronti del suo partito ha ottenuto l’effetto sperato: scongiurato il ricorso alle urne, e trovato l’accordo per una nuova grande coalizione tra CDU e SPD. Per sapere se questa scelta dell’SPD avrà pagato elettoralmente, bisognerà attendere il 2021. Ma l’esperienza di grande coalizione tra il 2013 e il 2017 non le ha giovato, dato che l’SPD alle ultime elezioni è scesa dal 25,7 al 20,5%.

Al voto, al voto

Un paese che invece ha dimostrato di non aver paura del ritorno alle urne è stata la Spagna. Alle elezioni del 2015, per la prima volta, in Spagna si frantumò il mito del bipolarismo che aveva retto fino ad allora, con un’alternanza al governo tra socialisti e popolari. Nel 2015 invece ben tre partiti ottennero tra il 28% (il Partito popolare di Mariano Rajoy) e il 20%, e un quarto partito (Ciudadanos) arrivò al 14%. Risultato: nessuna possibilità di raggiungere i 176 voti di maggioranza assoluta in Parlamento, né con accordi di coalizione, né con astensioni o appoggi esterni. Né fu possibile arrivare a una grande coalizione tra popolari e socialisti, dato che questa formula di governo non era mai stata utilizzata prima di allora. Dopo mesi di trattative in cui furono esplorate tutte le possibili soluzioni, si scelse la strada del ritorno alle urne, sei mesi dopo, a giugno 2016. Risultato: un leggero passo in avanti del Partito popolare, ma insufficiente per modificare le cose, dato che tutti gli altri tre partiti principali avevano grossomodo confermato la propria rappresentanza in Parlamento. Era nuovamente impossibile giungere a un accordo pieno di governo tra i partiti, complicato dalla presenza in Parlamento di diversi partiti regionalisti, e allo stesso tempo non era auspicabile tornare una terza volta alle urne. Dopo un lungo travaglio interno e il cambio di leadership, il Partito socialista ha accettato di dare il suo appoggio esterno a un governo di minoranza del Partito popolare, guidato sempre da Rajoy. Le prossime elezioni dovrebbero avvenire nel 2020, ma al momento sia il Partito popolare (penalizzato anche dalla crisi in Catalogna) sia il Partito socialista sono in calo nei sondaggi, a vantaggio di Ciudadanos, che è all’opposizione.

Best practices

Al contrario del Belgio, un paese europeo ha dimostrato di risolvere in 48 ore uno scenario che sembrava di totale incertezza. Il 25 gennaio 2015 i greci vanno alle urne per il rinnovo del Parlamento. Come previsto, Syriza di Alexis Tsipras è il primo partito, ma nonostante il premio di maggioranza gli mancano due seggi per raggiungere la maggioranza assoluta. Tutti gli osservatori, la notte del voto, si interrogano sulle possibili soluzioni a quella che si prevedeva essere una situazione di stallo. Ventiquattro ore dopo, invece, Tsipras ufficializza l’accordo di governo con il partito nazionalista dei Greci Indipendenti. Il 27 gennaio, 48 ore dopo il voto, il nuovo governo effettua il giuramento e ottiene i pieni poteri. Ma è l’anno delle grandi tensioni sul debito: dopo il referendum di luglio sull’accordo con la troika, Tsipras convoca nuove elezioni per il mese di settembre. Stabilità non fa sempre rima con rapidità.

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