In Spagna vacilla il bipartitismo, quale destino per l’UPyD?

Apr 21st, 2014
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Le elezioni europee in Spagna potrebbero sancire uno storico arretramento del tradizionale bipartitismo del paese. Fin dall’indomani delle elezioni politiche del 2011, che già avevano registrato una netta diminuzione di consensi per il partito socialista (PSOE), anche le intenzioni di voto per il Partito popolare (PP) sono andate progressivamente calando, anche a causa dell’acuirsi della crisi finanziaria e di alcuni scandali che hanno colpito il partito del premier Rajoy. Ciò non ha tuttavia fatto riconquistare terreno al PSOE, ma ha aperto il terreno a formazioni tradizionalmente ferme a pochi punti percentuali. È il caso, in particolare, di Izquierda Unida (IU) e dell’Unión Progreso y Democracia (UPyD). Il primo è il partito della sinistra radicale, fondato già nel 1986, che ha raccolto negli ultimi anni gran parte del consenso in uscita dal partito socialista. La seconda è stata formata più recentemente, nel 2007, da Rosa Díez e da altri fuoriusciti dal PSOE ma con una collocazione più centrista e socioliberale, in aperto contrasto con i partiti nazionalisti di alcune regioni del paese.

I risultati delle elezioni europee del 2009 fornivano ancora un quadro diviso quasi a metà tra i due partiti maggiori. Il PP aveva vinto le elezioni con il 42,7% e 23 seggi, il PSOE seguiva con il 39,3% e 21 seggi. I 6 seggi rimanenti venivano spartiti tra le formazioni minori: due a Izquierda Unida (uno dei quali però assegnato al partito verde della Catalogna che fa parte di quella alleanza), due a una coalizione di partiti regionalisti aderenti in Europa ai liberal-democratici, uno all’UPyD e uno alla Sinistra repubblicana di Catalogna. Per le prossime europee di maggio, secondo un sondaggio di «El Mundo», i popolari perderebbero circa 9 punti percentuali ottenendo comunque tra i 20 e i 21 seggi. Lo stesso calo avrebbero i socialisti, che otterrebbero tra i 18 e i 19 seggi. Questi diciotto punti percentuali complessivamente persi dai due partiti più grandi finiranno a rinfoltire le fila dei partiti minori: Izquierda Unida triplicherebbe i suoi voti superando il 10% con 6 seggi, l’UPyD toccherebbe il massimo storico con il 7% e 4 (o 5) seggi, mentre i seggi rimanenti sarebbero assegnati ad altre formazioni con più del 2% dei voti: la Sinistra repubblicana di Catalogna (aderente ai Verdi Europei, con 2 seggi), i partiti nazionalisti catalano e basco (aderenti all’ALDE, un seggio a testa) e i Ciudadanos (un altro partito di centro-sinistra radicato in Catalogna ma non nazionalista, il cui eurodeputato eletto potrebbe aderire all’ALDE).

PP e PSOE giocano la loro campagna elettorale consapevoli che il loro risultato potrebbe essere decisivo sulla vittoria del PPE o del PSE. Inoltre, se il partito socialista dovesse riuscire nel sorpasso (già avvenuto secondo altri istituti demoscopici), potrebbe chiedere le elezioni anticipate, attualmente previste nell’autunno 2015. Il partito popolare schiera come capolista il ministro dell’Agricoltura ed ex europarlamentare tra il 1986 e il 1999, Miguel Arias Cañete, mentre il partito socialista si affida a Elena Valenciano, già eurodeputata tra il 2004 e il 2008, oggi deputata nel Parlamento spagnolo e vicesegretario del PSOE.

Alle spalle dei due partiti maggiori si gioca un’altra partita, che riguarda la reale consistenza dei partiti (una volta) minori. In particolare, sarà interessante valutare il successo e la collocazione in Europa dell’UPyD, una formazione post-ideologica che ha alcuni tratti in comune con il Movimento 5 Stelle. Questo fattore non è trascurabile: Beppe Grillo ha affermato di recente di voler costituire un gruppo a Strasburgo con forze politiche simili a partire da quelle del bacino mediterraneo. Per riuscirci, gli occorrerà fare alleanze con movimenti di almeno altri sei paesi dell’Unione. L’UPyD, che tra i suoi fondatori può vantare il nome dell’intellettuale Fernando Savater, è stata creata grazie all’apporto di numerosi movimenti civici attivi sul territorio, si è schierata contro i partiti regionalisti e nazionalisti ed è a favore di una maggiore trasparenza dei partiti politici, di un limite al numero dei mandati e di una legge elettorale con preferenze. Fin qui i punti d’incontro con il M5S. Manca tuttavia nell’UPyD ogni accenno alla possibile uscita dall’euro; al contrario, la prospettiva enunciata dall’unico eurodeputato dell’UPyD nella scorsa legislatura, Francisco Sosa Wagner, è quella di un’Europa federale con una forte unione finanziaria e fiscale e il rafforzamento dei poteri della Banca centrale europea. «Il nazionalismo è il principale ostacolo che l’Europa deve superare per compiere il suo destino», si legge nel manifesto del partito per le elezioni europee: è molto difficile che questi aspetti possano trovare una sintesi con quelli propugnati dal movimento di Grillo.

Inoltre, l’UPyD ha già avviato le trattative per l’ingresso nel gruppo liberal-democratico, effettivamente il più coerente con le posizioni espresse nel suo manifesto. L’adesione è tuttavia vincolata alla presenza, nello stesso gruppo, dei rappresentanti a Strasburgo del partito regionalista Convergenza democratica di Catalogna e della coalizione nazionalista basca Amaiur. Nel 2009, una volta eletto a Strasburgo, Sosa Wagner si iscrisse al gruppo misto proprio per non condividere i banchi con quei due eurodeputati nazionalisti. Ma ora che l’UPyD ha raggiunto un consenso più ampio, non è escluso che l’ALDE possa accogliere la loro presenza nel gruppo a discapito degli altri due. In tal caso, per il Movimento 5 Stelle verrebbero a mancare possibili alleati spagnoli: oltre l’UPyD, soltanto i Ciudadanos non hanno ancora ufficializzato la loro adesione a un partito politico europeo, ma anche loro sembrano destinati, dopo l’alleanza con il partito Centro Democratico Liberale, a entrare a far parte dell’ALDE.

@StefanoSavella

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