Macedonia, il centro-destra vince le elezioni, l’opposizione contesta

Dic 13th, 2016
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Gli ultimi due anni di crisi istituzionale in Macedonia non hanno risparmiato accuse gravi, interventi diplomatici, proteste di piazza. È stato necessario l’intervento dell’Unione Europea, nei mesi scorsi, per formare un governo di unità nazionale che conducesse il paese a nuove elezioni. Ma l’ombra dei brogli elettorali non è scomparsa, e sono state necessarie ventiquattro ore per conoscere i risultati definitivi del voto. Domenica notte, ad annunciare la propria vittoria erano stati i leader dei due principali partiti, i nazionalisti del VMRO-DPMNE e i socialdemocratici dell’SDSM. Da ieri notte, a Skopje, a festeggiare sono soltanto i sostenitori del VMRO-DPMNE e del suo controverso leader, Nikola Gruevski, alla guida del paese dal 2006.

Proprio le accuse mosse contro di lui di aver intercettato numerosi politici, giudici e giornalisti hanno innescato la crisi all’inizio del 2015. Ma, pur subendo un netto arretramento rispetto alle elezioni dell’aprile 2014, il VMRO-DPMNE si conferma primo partito con 51 seggi (dieci in meno), e potrà continuare a governare con il sostegno del principale partito della minoranza albanese, il DUI, che scende da 19 a 10 seggi. Con i loro 61 seggi complessivi avranno appena un seggio di maggioranza: troppo poco, probabilmente, per un leader ormai apertamente contestato come Gruevski e inviso a gran parte delle cancellerie occidentali. Per questo motivo, la guida del governo potrebbe passare a un suo fedelissimo, Nikola Poposki, 39 anni, ministro degli Esteri dal 2011.

Il margine tra il partito di centro-destra e quello socialdemocratico è stato di appena 17.500 voti. Per questo, il leader dell’SDSM, Zoran Zaev, potrebbe aprire una dura battaglia per il riconteggio o per un’eventuale nuova votazione in alcuni collegi particolarmente contestati a causa di brogli elettorali. Il consistente balzo in avanti rispetto alle elezioni del 2014 (da 34 a 49 seggi) non basta infatti, stando ai risultati ufficiali, per formare un nuovo governo. Resta aperta, al momento, un’unica strada: quella che l’SDSM ricompatti attorno a sé tutti i partiti che rappresentano la minoranza albanese, vale a dire sia il DUI sia altri tre partiti: Besa (5 seggi), Alleanza per gli albanesi (3 seggi) e il Partito democratico degli albanesi (2 seggi). Un sentiero stretto, che incendierebbe ulteriormente gli animi in un paese già politicamente ed etnicamente diviso.

L’Europa, che ha guidato la transizione, resta ora a guardare i prossimi sviluppi. Ma potrebbe tornare a interessarsi presto della Macedonia se dovesse verificarsi una definitiva rottura nelle trattative con la Turchia. A quel punto, infatti, potrebbero riprendere i flussi di migranti e rifugiati sulla rotta balcanica, e la Macedonia tornerebbe a essere uno snodo fondamentale. Non a caso, in campagna elettorale, è sceso a Skopje il ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz, sostenitore di più rigidi controlli alle frontiere europee, per sostenere Gruevski e il centro-destra, elogiandone la linea dura che ha condotto, all’inizio del 2016, alla chiusura del valico di Idomeni, al confine con la Grecia.

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