Theresa May resta premier, ma fino a quando?

    Dic 12th, 2018
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    Theresa May

    Theresa May resta premier e leader del Partito conservatore. Ma la sua vittoria rischia di rivelarsi del tutto temporanea.

    Il voto

    Il voto di fiducia sulla leadership del Partito conservatore, convocato appena 24 ore prima, era stato richiesto dal 15% dei parlamentari del gruppo. Per tutta la giornata si sono susseguiti i messaggi e i tweet di sostegno a May di gran parte dei deputati, per cui la vittoria della premier non è mai stata veramente in discussione. Ma lo erano, invece, i numeri con i quali avrebbe prevalso. E alla fine a favore di Theresa May si sono schierati in 200, mentre altri 113 parlamentari conservatori hanno votato contro.

    A prima vista la maggioranza si tratta di una maggioranza schiacciante, o quanto meno assai ampia. In realtà, il voto è andato assai peggio del previsto per la premier britannica. Esso mostra infatti un partito assai diviso, alla vigilia di un voto, quello sull’accordo per la Brexit raggiunto con l’Unione europea, che dovrà tenersi nelle prossime settimane, e comunque non oltre il 20 gennaio.

    To Deal or not to Deal

    Proprio il voto sull’accordo, il «Deal», sarà il vero spartiacque del futuro politico di Theresa May, oltre che dell’intero Regno Unito. I deputati della Camera dei Comuni sono infatti 650. Theresa May è stata sostenuta da appena 200 deputati, e non tutti sono favorevoli al Deal. Tra di loro, infatti, c’è una piccola quota di Remainers, che voteranno contro l’accordo sperando che si tenga un secondo referendum sulla Brexit. Alla fine, dunque, i conservatori favorevoli al Deal potrebbero non essere più di 180. 

    Nessun altro partito sosterrà il Deal. Nemmeno il DUP, il partito unionista nordirlandese, che pure è nella maggioranza di governo. Né tantomeno il Labour (tranne due dissidenti), gli indipendentisti scozzesi, i liberal-democratici (soltanto un deputato di questo gruppo, Stephen Lloyd, ha dichiarato che sosterrà il Deal in disaccordo col suo partito).

    Lo scenario futuro

    Ecco dunque che lo scenario di un accordo bocciato e di successive dimissioni di Theresa May resta ancora il più probabile. A quel punto, i conservatori dovranno trovare un nuovo leader e dunque un nuovo premier. Al momento, però, sembrano mancare figure in grado di tenere unito il partito su una posizione unitaria sulla Brexit. Dominic Raab e Boris Johnson sono troppo schierati per una hard Brexit. Amber Rudd, al contrario, sarebbe vicina ai Remainers o a chi sostiene una soft Brexit. Figure più di compromesso potrebbero essere Micheal Gove, Saijd Javid e Jeremy Hunt.

    In questo scenario, resta alta la possibilità che nel 2019 il Regno Unito vada ad elezioni anticipate per il rinnovo della Camera dei Comuni. Ma i cittadini britannici, a quel punto, potrebbero essere nuovamente chiamati in causa anche per un nuovo referendum sulla Brexit. Un referendum che potrebbe però svolgersi in due diverse formulazioni. Nella prima, verrebbe chiesto ai britannici di scegliere tra l’accordo raggiunto con Bruxelles e nessun accordo (il No-Deal, che comporterebbe una hard Brexit “al buio”). Nella seconda formulazione, si chiederebbe ai britannici se accettare l’accordo o se restare nell’Unione europea. Uno scenario, quest’ultimo, a cui guardano soprattutto la base degli elettori laburisti e degli altri partiti di opposizione.

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