Terza fumata nera in Andalusia: verso una Spagna ingovernabile?

    Mag 14th, 2015
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    Juan Pablo Durán

    Juan Pablo Durán

    Continua lo stallo in Andalusia, dopo le elezioni del 22 marzo scorso. Nemmeno la terza votazione che si è tenuta questa mattina nel parlamento regionale ha dato la maggioranza alla candidata del Partito socialista, e governatrice uscente, Susana Díaz: ancora una volta, i suoi voti si sono fermati a 47, quelli del suo partito, mentre le hanno votato contro tutti gli altri deputati: popolari, Podemos, Ciudadanos e Sinistra unita. Non era mai accaduto in Andalusia che anche al terzo tentativo, quando sarebbe per una seconda volta sufficiente la maggioranza semplice, non si riuscisse a eleggere un presidente della giunta. Il presidente del parlamento regionale, Juan Pablo Durán, ha comunicato che una quarta votazione non sarà in programma prima del voto per le elezioni regionali e amministrative del 24 maggio: un modo, forse, per rendere il clima meno incandescente e per provare a far dialogare partiti che, nella fase decisiva della campagna elettorale, sono ben poco disposti a venire a patti con un avversario col rischio di perdere voti. Díaz, che ha continuato fino all’ultimo ad appellarsi alla responsabilità delle altre forze politiche, deve poter contare almeno sull’astensione del Partito popolare oppure su quella di Podemos e Ciudadanos messi insieme (uno soltanto di questi ultimi due partiti non sarebbe sufficiente).

    È chiaro che senza l’investitura di Díaz non c’è una seconda possibilità per questa legislatura: l’opposizione, nel suo complesso, non riuscirebbe infatti nemmeno a presentare un candidato unitario, ed è del tutto improbabile che i socialisti, vincitori delle elezioni, accettino di sostenere un presidente che sia espressione di un altro partito che abbia meno di un terzo dei propri deputati. Lo Statuto di autonomia andaluso prevede che, se nessun candidato venisse eletto entro due mesi dalla prima votazione (cioè entro il 5 luglio), l’assemblea regionale venga automaticamente sciolta; ma lo stesso Statuto prevede che non si tengano elezioni tra luglio e agosto, perciò la prima data utile potrebbe cadere soltanto nel mese di settembre. L’Andalusia resterebbe perciò sostanzialmente sei mesi senza un governo operativo: un caso inedito, che potrebbe però moltiplicarsi all’indomani delle elezioni del 24 maggio, quando scenari dello stesso tipo, con equilibri più o meno simili, potranno realizzarsi in molte delle regioni e dei comuni che rinnoveranno i propri organismi elettivi.

    Sullo sfondo, ci sono poi le elezioni politiche che si terranno in autunno. Una Spagna ingovernabile a livello locale si configurerebbe già come un problema rilevante; ma se ciò avvenisse anche al Congresso, la questione diventerebbe di portata europea. L’ultima proiezione sull’attribuzione dei seggi elaborata dall’istituto JM&A con il giornale on line «Público», in base agli ultimi sondaggi e allo storico delle elezioni, mostra il Partito popolare a 111 seggi, i socialisti a 93, Podemos a 64 e Ciudadanos a 46, con l’aggregazione dei partiti regionalisti a 12 e i partiti minori complessivamente a 24. Ma la maggioranza assoluta per formare un governo è di 176 seggi: nessuna soluzione che comprenda soli due partiti sarebbe praticabile, a parte una grande coalizione tra popolari e socialisti: sarebbe un vero smacco per gli indignados che, esattamente quattro anni fa a Puerta del Sol e in altre piazze del paese, manifestavano contro il bipartitismo.

    Il prossimo Congresso spagnolo (elaborazione JM&A/Publico.es)

    Il prossimo Congresso spagnolo secondo l’elaborazione JM&A/Publico.es

    @StefanoSavella

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