Esiste davvero la crescita dei Verdi in Europa?

    Ott 31st, 2018
    219 Views
    I Verdi in Europa (elaborazione dell'Heinrich Böll Stiftung su dati Europe Elects)

    I Verdi in Europa (elaborazione dell’Heinrich Böll Stiftung su dati Europe Elects)

    Gli ottimi risultati ottenuti dai Verdi nelle ultime elezioni in Baviera e in Assia hanno fatto parlare di “onda verde” in tutta Europa. Una crescita che viene vista da altri partiti politici, a seconda della collocazione, come una speranza per la rinascita del centro-sinistra, come un segnale di rinnovamento contro l’establishment, o come il successo di un ecologismo “moderato”.

    I risultati in Baviera hanno spinto ulteriormente la crescita dei Verdi in Assia, e a sua volta quest’ultima sta facendo volare il partito ecologista nei sondaggi nazionali in Germania, dove ormai i Verdi sono il secondo partito dietro soltanto alla CDU e davanti all’SPD e alla destra nazionalista di Alternativa per la Germania. Ma riuscirà questa “onda verde” tedesca a coprire l’intero panorama politico europeo?

    La risposta, per il momento, è no. Per almeno cinque ragioni.

    1) Il radicamento dei Verdi in Germania è decisamente superiore a quello di altri paesi. In Assia, il Land dove domenica scorsa i Verdi sono stati il secondo partito più votato con il 19,8% (stessa percentuale dell’SPD), i Verdi sono entrati in una coalizione di governo regionale già alla metà degli anni Ottanta, ai loro albori. Oggi i Verdi sono al governo in ben nove Lander su sedici, e in uno di essi (il Baden-Württemberg) esprimono il presidente della regione. Alle elezioni europee del 2014, era tedesca la candidata dei Verdi alla presidenza della Commissione europea, Ska Keller. È tedesco un quarto degli eurodeputati verdi attualmente in carica (11 effettivamente appartenenti al partito dei Verdi, uno del partito pirata tedesco e uno di un altro piccolo partito ecologista, l’ÖDP), e questa quota è destinata a salire dopo le prossime elezioni europee. In Germania, inoltre, il partito ha saputo reinventarsi, avvicinandosi recentemente a posizioni più moderate di quelle del passato, ad esempio in materia economica.

    2) Sono pochissimi i paesi in cui un'”onda verde” come quella tedesca è già consolidata. L’esempio principale è quello dei GroenLinks, cioè i Verdi olandesi, che alle elezioni politiche del 2017 hanno ottenuto il risultato più alto della loro storia e sono stati a un passo dall’entrare nella coalizione di governo nei Paesi Bassi. Ma la loro percentuale alle ultime elezioni è stata del 9,1%, e sebbene siano considerati ulteriormente in crescita nei sondaggi, potrebbero non salire troppo sopra il 12%. Cifra considerevole rispetto al passato, ma insufficiente per eleggere una nutrita pattuglia di eurodeputati (potrebbero aumentare da 2 a 4). Discorso simile per i Verdi finlandesi, che alle prossime elezioni politiche del 19 aprile dovrebbero superare per la prima volta nella storia il 10% (ma il loro giovane leader, Touko Aalto, si è dimesso da poco per motivi di salute, e il partito dovrà affrontare elezioni politiche ed europee guidato da un reggente). E anche i Verdi del Belgio, sia nelle Fiandre che in Vallonia, dovrebbero superare il 10%, raddoppiando da 2 a 4 la delegazione al Parlamento europeo.

    3) In altri paesi di radicata sensibilità ecologista, invece, i Verdi sono in calo. L’esempio più recente è quello della Svezia, dove si è votato lo scorso settembre per le elezioni politiche. Dopo quattro anni di governo di minoranza con il partito socialdemocratico guidato da Stefan Löfven, i Verdi sono crollati al 4,4%, appena sopra la soglia di sbarramento, toccando il risultato più basso dal 1991. La performance dei Verdi svedesi alle elezioni europee è sempre molto superiore a quella delle elezioni politiche, ma il deludente risultato elettorale di settembre potrebbe portare a una riduzione degli eurodeputati eletti (furono 4 nel 2014). In Austria, poi, il calo è ancor più netto: alle elezioni del 2017 i Verdi sono usciti dal parlamento dopo più di trent’anni perché fermi al 3,6%, sotto la soglia di sbarramento (nonostante l’elezione, pochi mesi prima, di Van der Bellen alla presidenza della Repubblica). L’eco dei risultati dei Verdi tedeschi potrebbe qui avere un buon impatto, ma difficilmente si riuscirà a eguagliare il 14,5% ottenuto dai Verdi austriaci alle elezioni europee del 2014.

    4) Lo scenario francese è ancora incerto: il partito Europe Écologie, che proprio sulle elezioni europee ha costruito gran parte del suo consenso, potrebbe soffrire la concorrenza del nuovo partito Géneration.s, guidato dall’ex segretario socialista Benoît Hamon, con una piattaforma ecologista di sinistra. Ma è ancora presto per valutare la sua consistenza. Quel che è certo è che in altri paesi europei i Verdi sono quasi del tutto assenti. È il caso dei paesi dell’Est, dove anche i due eurodeputati ungheresi verdi eletti nel 2014 rischiano di non essere rieletti. C’è poi il caso italiano: il Movimento 5 Stelle è, sulla carta, il partito ecologista più grande d’Europa, ma non ha mai spinto per entrare a far parte del gruppo dei Verdi europei. E viceversa: non solo per il controllo esercitato dalla Casaleggio sui cinquestelle, ma anche perché l’ingresso degli eurodeputati pentastellati nei Verdi europei significherebbe assegnare a loro, essendo la delegazione più numerosa, le redini del gruppo.

    5) Il gruppo dei Verdi in Europa è costituito anche da rappresentanti di partiti regionalisti di tutta Europa, in particolare da Regno Unito e Spagna: in totale, circa il 15% del totale degli eurodeputati verdi nell’ultima legislatura. Ma la Brexit porterà via dal gruppo i 6 eurodeputati britannici uscenti. E il sotto-gruppo degli eurodeputati regionalisti dei Verdi verrebbe quindi pressoché monopolizzato dai rappresentanti dell’ERC, il principale partito indipendentista di sinistra della Catalogna (che potrebbero comunque non essere più di 3).

    Comments are closed.